giovedì 17 dicembre 2009

Qualche idea sulla Sardegna di oggi

di Guido Melis

Dimenticare Renato Soru? La Sardegna progressista (e forse non solo quella) vive da quasi un anno la sindrome dolorosa della perdita del padre. Un padre discusso, forse, e persino qualche volta contestato. Ma al tempo stesso moGrassettolto amato, e sentito da una parte del popolo del centrosinistra come l'espressione più autentica di un'altra Sardegna, autonomista in modo concreto e incisivo (non sterile e inutilmente rivendicativo), moderna, protagonista in prima persona. Soprattutto a schiena dritta.
L'eredità di Soru, caduto - lo si dice qui per inciso - anche per effetto del fuoco amico al quale è stato a lungo sottoposto nel corso della legislatura dai partiti della sua maggioranza - è di quelle ingombranti.
Ne costruiscono parti essenziali la politica di riappropriazione delle risorse fiscali che lo Statuto vigente assegna alla Regione sarda (e che lo Stato aveva a lungo omesso di versare nelle casse sarde), la difesa intransigente delle coste e in generale dei beni naturali ed ambientali, la contestazione attiva dell'occupazione militare dell'isola, la semplificazione amministrativa e istituzionale con la soppressione degli enti regionali inutili e il disboscamento della giungla della formazione professionale, la moralizzazione e ristrutturazione della sanità pubblica, il forte intervento in materia di scuola e in generale di cultura (con un investimento in formazione che non ha l'eguale nei decenni precedenti), l'intera partita dell'urbanistica (in chiave antispeculativa), la modernizzazione degli assetti comunicativi, l'immagine stessa della Sardegna (che con Soru ha avuto una tantum l'onore delle prime pagine nazionali e dei servizi nelle tv che contano).
Non è un patrimonio poco rilevante. Si tratta quindi di decidere cosa ne faremo, di quell'eredità. Se ce la lasceremo alle spalle in nome di più vaste alleanze (come vorrebbe forse chi ha vinto di misura le recenti primarie nel Pd regionale), o se ne facciamo viceversa la base per riprendere il discorso, e per portarlo avanti con vecchie e nuove aggregazioni.
Il riformismo di Soru ha avuto due segni, apparentemente contrastanti tra loro. Ha goduto, specie in certi momenti della legislatura, di un consenso visibile, di piazza, caldo e entusiasta. Ma al tempo stesso si è alienato una ad una tutte le roccaforti del potere che contano, tutte le corporazioni, gli interessi forti e quelli meno forti. Ha avuto contro - tutti insieme - i sindaci dei comuni costieri espropriati dell'uso discrezionale degli strumenti urbanistici, la piccola edilizia implicata nelle costruzioni selvagge, i baroni della medicina espropriati dalla riforma sanitaria, gli architetti sardi seccati del ricorso nelle gare ai grandi nomi dell'élite professionale internazionale, le migliaia di clientes gravitanti sulla torta della formazione professionale, i maddalenini dispiaciuti di perdere la rendita di posizione rappresentata dai militari americani di stanza nella base, gli agricoltori a torto o a ragione convinti di essere stati abbandonati. E poi l'indotto della politica isolana, quel vasto mondo nascosto nel quale candidature e voti si scambiano con favori e prebende, tagliato fuori dalla vena moralizzatrice del leader. E i sindacati, persino, spiazzati dalle politiche di vertice della Regione, privati del loro potere di contrattazione.
Ecco, le politiche di vertice: e dunque l'elitismo di Soru, il suo modo personalistico di guidare la Giunta, il suo cattivo carattere (anche questo si è detto, in un continuo tam tam delegittimante proveniente spesso da ambienti che avrebbero dovuto essergli amici). Insomma, un riformismo di minoranza, d'avanguardia, in splendido isolamento. In realtà, se qualche volta così è stato (o è sembrato essere) la colpa più che di Soru sta nei partiti della sua coalizione. Che avrebbero dovuto - loro sì - costruire consenso, creare un'opinione stabile pro-riforme, spiegare ai ceti temporaneamente colpiti (non esiste riformismo che non colpisca qualcuno) i vantaggi che sarebbero derivati dalle razionalizzazioni. Chiusi in Consiglio regionale e legati a prospettive miopi di bassa lottizzazione, i partiti di centrosinistra hanno viceversa per lo più scavato la propria fossa. Questo per il passato. Ma il punto, ora, è un altro: quelle politiche, quella spinta riformista, sono ancora valide? E, soprattutto, possono riprendere fiato ed essere riproposte, sia pure sotto altre forme e in tempi diversi?
La risposta a questa domanda non può che essere affermativa. Sì, sono validissime. E vanno riprese con coraggio e al tempo stesso con capacità di innovarne modalità e linguaggio. Validissime perché la Sardegna non può più andare a traino di politichette rivendicative come avveniva nel passato pre-Soru. Non può più affidarsi (come si è illusa di fare nel disastroso esordio della giunta Cappellacci) alla mediazione di un ceto politico prono ai desideri del Governo centrale, nell'illusione di riceverne in cambio chissà quali benefici. Se questa è stata la scelta sventurata degli elettori che in febbraio hanno votato per il centro-destra, è già fallita miseramente: lo dicono la crisi della chimica di Porto Torres (per non parlare dell'intera filiera sarda), la chiusura dell'Euroallumina, la soppressione del G8 alla Maddalena e di tutte le opere programmate (compresa la strada della morte, la Sassari-Olbia), il Piano casa della Giunta che cementifica di nuovo l'isola e tutte le scelte lottizzatorie in atto nella sanità e negli enti regionali. A distanza di pochi mesi persino un'autorevole personalità della maggioranza come il senatore Beppe Pisanu dice senza peli sulla lingua che Cappellacci è inadeguato, che ci vuol altro.
Validissima, la ricetta Soru, perché corrisponde a un'idea di Sardegna più che mai attuale. Il mondo che verrà, quando questa immensa crisi finanziaria e produttiva su scala mondiale sarà passata, potrebbe essere molto diverso da quello che abbiamo alle spalle. La scena internazionale non sarà più monopolizzata da un solo grande paese, ma vi giostreranno nuovi protagonisti emergenti: la Cina, che cresce ad un ritmo che è il triplo degli altri, l'India, forse il Brasile, certamente la Corea del Sud. Il Mediterraneo sarà sempre più attraversato dal grande flusso migratorio che già lo caratterizza. Continueranno ad arrivare gli immigrati.
La popolazione demograficamente in affanno della vecchia Italia - qualunque muro pretendano di erigere quelli della Lega - è destinata a innovarsi con forze fresche, inclusioni comunitarie (già succede coi romeni) ed extracomunitarie. Il Nord Africa, la stessa Africa sahariana busseranno alle nostre porte e non potremo ignorarlo. E' troppo avveniristico pensare che la Sardegna, ponte ideale tra i due mondi, potrebbe assumere in tutto ciò una sua funzione specifica? Diventare il traghetto dello sviluppo che verrà? E' troppo ottimistico supporre che, invece di subire il processo in atto, ne potrebbe essere parte integrante, e non solo come terra di accoglienza?
Viviamo l'epoca delle grandi reti, un'età della globalizzazione nella quale non contano tanto le riserve di risorse materiali quanto l'accumulazione in termini di intelligenza, di ricerca, di innovazione, di fantasia creativa. E se puntassimo lì, su quel terreno inedito, tutte le nostre carte? Se rovesciassimo le nostre debolezze storiche (a cominciare dall'insularità) in punti di forza? Se concentrassimo le risorse finanziarie pubbliche in un Piano di Rinascita delle intelligenze, puntando sulla rivitalizzazione dei due atenei isolani e sul potenziamento o nuovo radicamento di centri di ricerca di eccellenza?
Si sente più che mai il bisogno di una riflessione sui compiti della politica in Sardegna (parlo naturalmente della politica riformista) e sugli orizzonti dei prossimi anni. Partiamo da Soru, naturalmente. Mettiamo a frutto la sua lezione, che è stata quella di non temere di pensare e di progettare in grande. E aggiungiamoci pure tutta la tattica che pensiamo necessaria, tutta la politica delle alleanze che riteniamo indispensabile. Lavoriamo a ricostruire un blocco non solo di sigle di partito (che non resisterebbe alle prime contraddizioni) ma di pezzi vivi e vitali della società sarda.
Si vince non aggregando alla rinfusa chi sta contro la destra, magari in base a qualche promessa di spartizione futura, ma mettendo insieme razionalmente gli interessi sociali progressisti, le forse vive della Sardegna del futuro. Consorziandoli e cementandoli intorno a un progetto alto e condiviso di trasformazione della realtà.
17 Dicembre 2009

Stefano Cucchi, parla la sorella: Mio fratello. Chi era e cosa vogliamo

Mio fratello aveva un trascorso in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Poi ne era uscito riabilitato, lavorava ed aveva tanta voglia di vivere. Va bene essere puniti se si commettono degli errori, ma in uno stato di diritto i propri errori non si pagano con la vita. Stefano era un ragazzo di 31 anni. Un ragazzo normalissimo. La notte tra il 15 e il 16 ottobre è stato arrestato, perché trovato in possesso di una piccola quantità di sostanze stupefacenti. Dopo aver perquisito la sua stanza non trovandovi nulla, i Carabinieri lo accompagnarono fuori casa. Era in ottime condizioni di salute, senza alcun segno sul viso, e non lamentava alcun tipo di dolore. Quando l’abbiamo rivisto morto, all’obitorio, il 22 ottobre, mio fratello aveva il viso completamente tumefatto e pieno di segni. Il corpo, invece, non abbiamo potuto vederlo. Adesso ci aspettiamo una serie di risposte. Ci aspettiamo si faccia chiarezza. Ci aspettiamo ci spieghino con precisione i motivi delle percosse e della morte. Vogliamo che lo Stato ci spieghi come è potuto accadere che mio fratello sia stato consegnato alle istituzioni in condizioni di salute ottima e ci sia stato restituito morto. Vogliamo giustizia e pretendiamo di sapere chi sono i responsabili di questa morte che ci sembra assurda ed inspiegabile. Ma c’è di più: abbiamo intrapreso la nostra battaglia legale anche perché vogliamo che in futuro non accadano più fatti simili ad altri ragazzi come Stefano. Dopo la sua morte, i miei genitori ed io abbiamo deciso di diffondere le foto del cadavere, proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica ed evitare che possa calare il sipario sulla negligenza che l’ha ucciso. Le immagini sono tremende: guardarle e diffonderle è stata un’ulteriore sofferenza. Però abbiamo pensato che mostrarle potesse servire a trovare delle risposte. Mio fratello aveva un trascorso in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Ne era uscito riabilitato. Lavorava ed aveva tanta voglia di vivere. Noi non abbiamo mai negato i suoi problemi di droga: da questo punto di vista, ci siamo sempre comportati con sincerità nei confronti delle istituzioni. E va bene essere puniti se si commettono degli errori, ma in uno Stato di diritto gli errori non si pagano con la vita. Nei nostri confronti, invece, non ci sono state né chiarezza, né sincerità. Non ci è stata concessa la possibilità di vedere Stefano mentre stava morendo. Quando siamo stati informati che era stato ricoverato d’urgenza presso la struttura del Sandro Pertini, i miei genitori si sono immediatamente recati sul posto chiedendo di vederlo, ottenendo soltanto risposte negative. Alla richiesta di sapere, almeno, per quale motivo fosse stato ricoverato, la risposta era sempre la stessa: non preoccuparsi, perché il ragazzo era tranquillo. Siamo stati informati della sua morte solo svariate ore dopo. Naturalmente, fino a quel momento, non potevamo assolutamente immaginare in che condizioni versasse: alle nostre continue richieste, non solo ci negavano di parlare con lui, ma ci facevano intendere che tutto era sotto controllo. Ed il modo in cui abbiamo saputo del tragico epilogo è la dimostrazione plateale del fatto che siamo stati trattati con totale mancanza di umanità: mia madre non ha ricevuto la notizia della morte, ma dell’esecuzione dell’autopsia. Il sentimento che provo è sofferenza. Soffro ogni volta che devo rivivere la violenza che mio fratello ha subito, ora ascoltando le parole del testimone durante l’incidente probatorio, ora venendo a conoscenza dei risultati dell’autopsia successiva alla riesumazione. Soffro all’idea di una violenza gratuita, perpetrata a danno di un ragazzo indifeso, che aveva un corpo così esile. Adesso, tutti pensano che fosse così magro per via della droga, ma non è vero. È sempre stato magro, alto come me, un metro e sessanta, pesava meno di 50 chili. Da quando è morto Stefano, la mia vita è cambiata completamente. Perché sono continuamente alla ricerca di risposte per la morte di un fratello più giovane, perché non si è trattato di una disgrazia, della quale ci si può fare una ragione, perché voglio far sapere a tutti che i miei genitori ed io non ci accontenteremo di mezze verità. Valerio, mio figlio, di sette anni, il nipotino di Stefano, non capiva. Gli abbiamo raccontato che lo zio è morto perché il mondo è pieno di gente buona, ma ogni tanto s’incontra pure qualche cattivo. Gli abbiamo detto che a Stefano è successo proprio questo, che qualcuno gli ha fatto del male. Devo dire, però, che in questa situazione di grande dolore stiamo fortunatamente trovando moltissima solidarietà, la vicinanza ed il sostegno da parte di tutti. E la politica non si è disinteressata al problema, ma è stata molto partecipe. Da questo punto di vista, voglio ringraziare soprattutto Luigi Manconi, coordinatore del “Comitato per la verità su Stefano Cucchi”, composto da parlamentari della Maggioranza e dell’Opposizione. Ne fanno parte Rita Bernardini, Emma Bonino, Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Marcello De Angelis, Silvia Della Monica, Renato Farina, Paola Frassinetti, Guido Galperti, Guido Melis, Flavia Perina, Melania Rizzoli, Walter Tocci e Jean-Leonard Touadi. Questo Comitato non intende interferire con le indagini dell’Autorità Giudiziaria, né con le eventuali inchieste parlamentari o amministrative già in atto, ma si prefigge esclusivamente il fine di ottenere la verità, volendo chiarire in modo certo le circostanze della tragica fine di Stefano. Si propone attività come l’apertura di un blog, una visita al padiglione detenuti dell’ospedale Pertini e la richiesta di effettuare un’indagine conoscitiva sulle frequenti morti di detenuti nelle carceri italiane. Ringrazio tutti quelli che vi hanno aderito e ci sono stati vicini nella ricerca della verità.
Ilaria Cucchi
17 Dicembre

sabato 12 dicembre 2009

Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli

di PAP KHOUMA

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009? Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. "Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?". "Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...". L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene. In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere. Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?". Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi". Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato. Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...". Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti. Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!". Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro. Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.
12 dicembre 2009

giovedì 3 settembre 2009

Dino Boffo ha rassegnato le dimissioni dalla direzione di 'Avvenire'

Ecco il testo integrale della lettera di dimissioni inviata al cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

"Da sette giorni la mia persona è al centro di una bufera di proporzioni gigantesche che ha invaso giornali, televisioni, radio, web, e che non accenna a smorzarsi, anzi. La mia vita e quella della mia famiglia, le mie redazioni, sono state violentate con una volontà dissacratoria che non immaginavo potesse esistere. L'attacco smisurato, capzioso, irritualmente feroce che è stato sferrato contro di me dal quotidiano 'Il Giornale' guidato da Feltri e Sallusti, e subito spalleggiato da 'Libero' e dal 'Tempo', non ha alcuna plausibile, ragionevole, civile motivazione: un opaco blocco di potere laicista si è mosso contro chi il potere, come loro lo intendono, non ce l'ha oggi e non l'avrà domani".

"Qualcuno, un giorno, dovrà pur spiegare perchè ad un quotidiano, 'Avvenire', che ha fatto dell'autonomia culturale e politica la propria divisa, che ha sempre riservato alle istituzioni civili l'atteggiamento di dialogo e di attenta verifica che è loro dovuto, che ha doverosamente cercato di onorare i diritti di tutti e sempre rispettato il responso elettorale espresso dai cittadini, non mettendo in campo mai pregiudizi negativi, neppure nei confronti dei governi presieduti dall'onorevole Berlusconi, dovrà spiegare, dicevo, perchè a un libero cronista, è stato riservato questo inaudito trattamento.

"E domando: se si fa così con i giornalisti indipendenti, onesti, e per quanto possibile, nella dialettica del giudizio, collaborativi, quale futuro di libertà e di responsabilità ci potrà mai essere per la nostra informazione? Quando si andranno a rileggere i due editoriali firmati da due miei colleghi, il 'pro' e 'contro' di altri due di essi, e le mie tre risposte ad altrettante lettere che 'Avvenire' ha dedicato durante l'estate alle vicende personali di Silvio Berlusconi, apparirà ancora più chiaramente l'irragionevolezza e l'autolesionismo di questo attacco sconsiderato e barbarico".

"Grazie a Dio, nonostante le polemiche, e per l'onestà intellettuale prima del ministro Maroni e poi dei magistrati di Terni, si è chiarito che lo scandalo sessuale inizialmente sventagliato contro di me, e propagandato come fosse verità affermata, era una colossale montatura romanzata e diabolicamente congegnata. Fin dall'inizio si era trattato d'altro.

"Questa risultanza è ciò che mi dà più pace, il resto verrà, io non ho alcun dubbio. E tuttavia le scelte redazionali che da giorni taluno continua accanitamente a perseguire nei vari notiziari dicono a me, uomo di media, che la bufera è lungi dall'attenuarsi e che la pervicace volontà del sopraffattore è di darsi ragione anche contro la ragione. Un dirigente politico lunedì sera osava dichiarare che qualcuno vuole intimorire Feltri; era lo stesso che nei giorni precedenti aveva incredibilmente affermato che l'aggredito era proprio il direttore del 'Giornale', e tutto questo per chiamare a raccolta uomini e mezzi in una battaglia che evidentemente si vuole ad oltranza".

"E mentre sento sparare i colpi sopra la mia testa mi chiedo: io che c'entro con tutto questo? In una guerra tra gruppi editoriali, tra posizioni di potere cristallizzate e prepotenti ambizioni in incubazione, io, ancora, che c'entro? Perchè devo vedere disegnate geografie ecclesiastiche che si fronteggerebbero addirittura all'ombra di questa mia piccola vicenda? E perchè, per ricostruire fatti che si immaginano fatalmente miei, devo veder scomodata una girandola di nomi, di persone e di famiglie, forse anche ignare, che avrebbero invece il sacrosanto diritto di vedersi riconosciuto da tutti il rispetto fondamentale? Solo perchè sono incorso, io giornalista e direttore, in un episodio di sostanziale mancata vigilanza, ricondotto poi a semplice contravvenzione?

"Mi si vuole a tutti i costi far confessare qualcosa, e allora dirò che se uno sbaglio ho fatto, è stato non quello che si pretende con ogni mezzo di farmi ammettere, ma il non aver dato il giusto peso ad un reato 'bagatellare', travestito oggi con prodigioso trasformismo a emblema della più disinvolta immoralità.

"Feltri non si illuda, c'è già dietro di lui chi, fregandosi le mani, si sta preparando ad incamerare il risultato di questa insperata operazione: bisognava leggerli attentamente i giornali, in questi giorni, non si menavano solo fendenti micidiali, l'operazione è presto diventata qualcosa di più articolato. Ma a me questo, francamente, interessa oggi abbastanza poco. Devo dire invece che non potrò mai dimenticare, nella mia vita, la coralità con cui la Chiesa è scesa in campo per difendermi: mai - devo dire - ho sentito venir meno la fiducia dei miei Superiori, della Cei come della Santa Sede.

"Se qualche vanesio irresponsabile ha parlato a vanvera, questo non può gettare alcun dubbio sulle intenzioni dei Superiori, che mi si sono rivelate sempre esplicite e, dunque, indubitabili. Ma anche qui non posso mancare di interrogarmi: io sono, da una vita, abituato a servire, non certo a essere coccolato o ancor meno garantito. La Chiesa ha altro da fare che difendere a oltranza una persona per quanto gratuitamente bersagliata".

"Per questi motivi, Eminenza carissima, sono arrivato alla serena e lucida determinazione di dimettermi irrevocabilmente dalla direzione di 'Avvenire', 'Tv2000' e 'Radio Inblu', con effetto immediato. Non posso accettare che sul mio nome si sviluppi ancora, per giorni e giorni, una guerra di parole che sconvolge la mia famiglia e soprattutto trova sempre più attoniti gli italiani, quasi non ci fossero problemi più seri e più incombenti e più invasivi che le scaramucce di un giornale contro un altro.

"E poi ci lamentiamo che la gente si disaffeziona ai giornali: cos'altro dovrebbe fare, premiarci? So bene che qualcuno, più impudico di sempre, dirà che scappo, ma io in realtà resto dove idealmente e moralmente sono sempre stato. Nessuna ironia, nessuna calunnia, nessuno sfregamento di mani che da qui in poi si registrerà potrà turbarmi o sviare il senso di questa decisione presa con distacco da me e considerando anzitutto gli interessi della mia Chiesa e del mio amato Paese. In questo gesto, in sè mitissimo, delle dimissioni è compreso un grido alto, non importa quanto squassante, di ribellione: ora basta.

"In questi giorni ho sentito come mai la fraternità di tante persone, diventate ad una ad una a me care, e le ringrazio della solidarietà che mi hanno gratuitamente donato, e che mi è stata preziosa come l'ossigeno. Non so quanti possano vantare lettori che si preoccupano anche del benessere spirituale del 'loro' direttore, che inviano preghiere, suggeriscono invocazioni, mandano spunti di lettura: io li ho avuti questi lettori, e Le assicuro che sono l'eredità più preziosa che porto con me. Ringrazio sine fine le mie redazioni, in particolare quella di 'Avvenire' per il bene che mi ha voluto, per la sopportazione che ha esercitato verso il mio non sempre comodo carattere, per quanto di spontanea corale intensa magnifica solidarietà mi ha espresso costantemente e senza cedimenti in questi difficili giorni. Non li dimenticherò. La stessa gratitudine la devo al Presidente del CdA, al carissimo Direttore generale, ai singoli Consiglieri che si sono avvicendati, al personale tecnico amministrativo e poligrafico, alla mia segreteria, ai collaboratori, editorialisti, corrispondenti.

"Gli obiettivi che 'Avvenire' ha raggiunto li si deve ad una straordinaria sinergia che puntualmente, ogni mattina, è scattata tra tutti quelli impegnati a vario titolo nel giornale. So bene che molti di questi colleghi e collaboratori non condividono oggi la mia scelta estrema, ma sono certo che quando scopriranno che essa è la condizione perchè le ostilità si plachino, capiranno che era un sacrificio per cui valeva la pena.

"Eminenza, a me, umile uomo di provincia, è capitato di fare il direttore del quotidiano cattolico nazionale per ben 15 degli straordinari anni di pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: è stata l'avventura intellettuale e spirituale più esaltante che mi potesse capitare. Un dono strepitoso, ineguagliabile. A Lei, Eminenza carissima, e al cardinale Camillo Ruini, ai segretari generali monsignor Betori e monsignor Crociata, a ciascun Vescovo e Cardinale, proprio a ciascuno la mia affezione sconfinata: mi è stato consentito di essere, anzi sono stato provocato a pormi quale laico secondo l'insegnamento del Concilio, esattamente come avevo studiato e sognato negli anni della mia formazione.

"La Chiesa mia madre potrà sempre in futuro contare sul mio umile, nascosto servizio. Il 3 agosto scorso, in occasione del cambio di direzione al quotidiano 'Il Giornale', scriveva Giampaolo Pansa: 'Dalla carta stampata colerà il sangue e anche qualcosa di più immondo. E mi chiedo se tutto questo servirà a migliorare la credibilità del giornalismo italiano. La mia risposta è netta: no. Servirà soltanto a rendere più infernale la bolgia che stiamo vivendo'.

Alla lettura di queste righe, Eminenza, ricordo che provai un certo qual brivido, ora semplicemente sorrido: bisognerebbe che noi giornalisti ci dessimo un po' meno arie e imparassimo ad essere un po' più veri secondo una misura meno meschina dell'umano. L'abbraccio, con l'ossequio più affettuoso".

Firmato, Dino Boffo

(3 settembre 2009)

martedì 1 settembre 2009

La guerra lercia

di Concita De Gregorio
Un assaggio della guerra che ci aspetta in autunno. Non sporca, lercia. La battaglia finale di un uomo malato, barricato nel delirio senile di onnipotenza che sta trascinando al collasso della democrazia un paese incapace di reagire: un uomo che ha comprato col denaro, nei decenni, cose e persone, magistrati, politici e giornalisti, che ha visto fiorire la sua impunità e i suoi affari dispensando come oppio l'illusione di un benessere collettivo mai realizzato. Dall'estero guardano all'Italia come un esempio di declino della democrazia, una dittatura plutocratica costruita a colpi di leggi su misura e di cavalli eletti senatori. Vent'anni di incultura televisiva - l'unico pane per milioni - hanno preparato il terreno. Demolita la scuola, la ricerca, il sapere. Distrutte l'etica e le regole. Alimentata la paura. Aggrediti i deboli.È una povera Italia, un piccolo paese quello che assiste impotente all'assalto finale alle voci del dissenso condotto da un manipolo di body guard del premier armate di ministeri, di aziende e di giornali. L'ultimo assunto ha avuto il mandato di distruggere la reputazione del "nemico". Scovare tra le carte gentilmente messe a disposizione dei servizi segreti, controllati dal premier medesimo, dossier personali che raccontino di figli illegittimi e di amanti, di relazioni omosessuali, come se fosse interessante per qualcuno sapere cosa accade nella vita di un imprenditore, di un direttore di giornale, di un libero cittadino. Come se non ci fosse differenza tra il ruolo di un uomo pubblico, presidente del Consiglio, un uomo che del suo "romanzo popolare" di buon padre di famiglia ha fatto bandiera elettorale gabbando milioni di italiani e chi, finito di svolgere il suo lavoro, va a letto con chi vuole - maggiorenne, sì - in vacanza con chi crede. La battaglia d'autunno sarà questa: indurre gli italiani a pensare che non c'è differenza tra il sultano e i suoi sudditi, tra il caudillo e i suoi oppositori. Non è così: la parte sana di questo paese lo sa benissimo.Un anno fa arrivavo in questo giornale scrivendo che avrei voluto diventasse "il nostro posto". Non immaginavo sarebbe stata una trincea di montagna. Mentre cresceva, l'Unità è stata oggetto di una campagna denigratoria portata avanti dal presidente del Consiglio e dai suoi alleati, da giornali compiacenti non solo - purtroppo - nel centrodestra. Anziché difendersi e reagire compatto il fronte dell'opposizione si è diviso in guerre fratricide. Mentre si alimentano i veleni e le calunnie su di noi i nostri lettori sono cresciuti, negli ultimi mesi, del 25 per cento, caso unico nel panorama editoriale. I cittadini ci sono: leggono, capiscono. Mentre l'aggressione diventava personale (scritte intimidatorie sotto casa, telefonate notturne, le nostre vite sotto scorta) ci venivano offerte da emissari dei poteri opachi videocassette e carte contenenti "le prove" di gesta erotiche dei nostri aggressori. Materiale schifoso, alcove filmate all'insaputa dei protagonisti. Naturalmente le abbiamo respinte. Il sesso tra adulti, di chi non lo baratti con seggi e presidenze, non ci interessa. Questo è quello che ci aspetta, però. Sappiatelo. Una guerra lercia.
29/08/2009

venerdì 21 agosto 2009

Per una grande BEAT

Un breve ricordo di Fernanda Pivano festeggiata da don Gallo e Vasco Rossi durante un incontro a Santa Margherita Ligure il 25 luglio 2006 nell'ambito della rassegna Tigulliana.

Le versioni non collimano, ovviamente....

di Roberto Cotroneo

Ora dobbiamo aspettare l'inchiesta del Viminale? Perché alcune cose non collimano? Cosa non collima? La versione di quei poveretti che hanno vagato tra Libia e Italia, e che sono stati soccorsi dopo giorni e giorni di indifferenza, ridotti a scheletri? Donne. Bambini, Uomini. Cosa non collima? Erano rimasti in cinque, soltanto cinque. Gli altri sono morti e sono stati buttati a mare. E i pescherecci che non si fermano, perché certo, se poi fai passare l'idea che questi sono clandestini cattivi, e non povera gente in cerca di un asilo, li pescatori in mare non ti soccorrono, anche se non hai acqua, anche se non hai cibo, anche in presenza di bambini, di vecchi, di persone deboli. No che non ti soccorrono. E tu vaghi. E i tuoi compagni di viaggio muoiono, e nessuno ti aiuta. I cinque migranti non sono in pericolo di vita, ma in precarie condizioni fisiche sì: "I loro corpi", dicono gli operatori umanitari che li hanno attesi sul molo: "sono ridotti a uno scheletro. La donna sembrava un fantasma gli occhi persi nel vuoto. Ricordava Fatima, la ragazza somala che raccogliemmo da un barcone convinti che ormai fosse morta".Questa è la vergogna. E la colpa è di un clima, di un cinismo, e dell'assenza di umanità, solidarietà e soprattutto civiltà. Le organizzazioni umanitarie, l'Onu, Save the Children, dicono: "È inaccettabile l'indifferenza crescente nei confronti dei migranti, anche in situazione di evidente gravità. Oltre 20 giorni in mare senza che nessuna imbarcazione abbia dato soccorso è un triste primato che preoccupa enormemente. Come se fosse passato il messaggio che chi arriva via mare sia una sorta di vuoto a perdere. Se pensiamo che la striscia di mare tra Lampedusa e la Libia è totalmente vigilata, ci chiediamo come sia possibile che un gommone di 12 metri possa stare lì per tanto tempo senza che nessuno se ne sia reso conto. Vuol dire che è stato abbandonato al suo destino".Quante persone sono morte in i questi 12 giorni? Quante buttate in mare? Quante si sarebbero salvate con un comportamento più civile e umanitario? Il Viminale sostiene che la versione dei sopravvissuti è contrastante. Dopo 12 giorni in mare, alla deriva, chiunque darebbe versioni contrastanti. I morti, il terrore, la paura e l'abbandono rimangono. Il resto è solo indifferenza. Ed è necessario che su questo il Governo, il ministro dell'Interno Roberto Maroni, riferisca in Parlamento.

domenica 16 agosto 2009

"Da ex operaio dico: quelli della Innse hanno fatto bene." Intervista ad Attilio Camozzi

di Laura Matteucci

Essere a posto con la mia coscienza era importante. È stato determinante nella decisione di acquistare l’azienda, è chiaro, e di farlo in fretta. Vedere gente anche di una certa età, col caldo che fa a Milano, stare giorni interi su un carroponte, è stato un fatto molto pietoso. Se c’avessi pensato ancora un po’, e qualcuno fosse scivolato da lassù, poi come avrei potuto perdonarmelo? Abbiamo fatto una proposta secca, ben definita. È andata». È andata bene. Attilio Camozzi, bergamasco di nascita (a Villongo nel 1937), bresciano d’adozione, tornitore fino ai 29 anni ed ex sindacalista della Fiom, oggi a capo dell’omonimo gruppo internazionale da oltre 300 milioni di fatturato, è l’uomo che ha rilevato per oltre 3 milioni la Innse di Milano con tutti i suoi 49 operai e i loro quattordici mesi di lotta, che intende investire parecchio altro denaro per rilanciarla e svilupparla, con il cuore a pneumatici, macchine utensili e tessile (quello che producono le altre sue aziende) e un occhio all’energia eolica. Un vero imprenditore, non per niente dal 2005 Cavaliere del Lavoro.

Allora hanno fatto bene gli operai a lottare in modo così tenace per difendere il loro posto di lavoro?

«Ma quella non era una lotta per il posto di lavoro. Era per mantenere in vita la Innse, perchè continuasse a produrre, e per farlo bisognava impedire che le macchine uscissero dai capannoni. Hanno salvaguardato l’azienda, e che rischiassero la vita per questo non era giusto. Ho molto rispetto per loro. L’emotività è stata una parte molto importante nella decisione. È chiaro che adesso la partita non posso giocarla da solo, dobbiamo farlo tutti insieme».

Insieme con i lavoratori?

«Con loro, certo. La nostra filosofia è creare, mettere a punto progetti congiunti. Il mondo è cambiato, non c’è più come una volta il padrone da una parte e i lavoratori dall’altra: per tutti, il padrone oggi è il mercato. E se il lavoro manca, manca per tutti, imprenditore ed operai».

A proposito, voi non risentite della crisi?

«Sì, anche noi abbiamo delle difficoltà, il momento è brutto. Ma bisogna saper vedere il bicchiere mezzo pieno, e andare avanti».

Com’è che da tornitori si diventa presidenti di un gruppo industriale?

«A Lumezzane (Brescia, ndr) dove vivevo io c’erano 20mila abitanti e 2mila aziende. Come dire, lo spirito dell’artigiano non mancava. Come tornitore ero bravo, ho cominciato a lavorare per conto terzi, nel 1964 mi sono messo in proprio. Siamo andati avanti. Sia chiaro: in 44 anni non abbiamo mai visto un dividendo».

Sta dicendo che non avete mai distribuito dividendi, ma reinvestito tutti gli utili in azienda?

«Esatto. Abbiamo mangiato, pranzo e cena, questo sì. Ma tutto il resto va alle aziende».

È cosciente di essere un esemplare raro di una razza quasi estinta, quella dell’imprenditore puro, che nulla ha a che fare con lo speculatore?

«Ma no, guardi che di bravi imprenditori in Italia ce ne sono tanti. Poi, questi speculatori...bisogna vedere i conti finali dove vanno a finire. Il segreto è quello che le dicevo prima: bisogna essere una realtà produttiva insieme con gli operai. Le persone, per poter crescere, vanno coinvolte. Noi a Brescia nella nostra azienda abbiamo una scuola di formazione per i giovani apprendisti che entrano, che dura anni. Si vince solo se c’è una squadra forte, ed è forte se è coesa. Anche la nostra famiglia, undici persone, è unita, siamo sempre tutti d’accordo, e questo è la base: dà coraggio, dà la forza di fare e di rischiare».

Una numerosa famiglia unita: anche questa è una rarità, non trova?

«Spesso le colpe dei padri ricadono sui figli. La preparazione delle nuove generazioni è importante. Da vecchi si diventa conservatori, è inevitabile. Bisogna saper fare il passaggio generazionale al momento giusto».


Attilio Camozzi l’ha fatto in tempo: l’amministratore delegato del gruppo, chi lo manda avanti dal punto di vista operativo, è suo figlio Ludovico. Ma la «testa», la guida e tutta l’esperienza sono ancora le sue.
14 agosto 2009

domenica 9 agosto 2009

La democrazia degli interessi privati uccide la democrazia

di Frei Betto

Questa è una storia brasiliana, ma tutto il mondo è paese quando c’è di mezzo la corruzione, soprattutto se il potere politico corrompe per interessi personali.
La scoperta che il senato brasiliano è un antro dove trionfano nepotismo, corruzione, raccomandazioni ed un potere che impone piccoli e grandi meschinità – malgrado esistano senatori e funzionari per bene -; questa scoperta pone un problema più profondo: sta esaurendosi un’era politica nella quale le istituzioni si mantenevano al di sopra di ogni sospetto.
Ma ormai l’immunità parlamentare è diventata sorella gemella dell’impunità, cittadini diversi dagli altri, persone che non rispettano né regole morali, né leggi. Essendo l’attuale sistema democratico basato sulla delega da parte dei cittadini al candidato eletto, alcuni di questi eletti sprovvisti di valori morali si avvolgono nel labirinto dei poteri pubblici per cercare, nel nome del popolo, il proprio tornaconto mettendo mano a leggi ambigue dove nascondono provvedimenti che ingrassano il loro egoismo.
Leggi omnibus che nei labirinti di tornaconti personali sostengono interessi così privati da lasciare sgomenti. Nella società capitalistica esistono relazioni disuguali di potere. Nei parlamenti eletti da piccole borghesie voraci, si legifera nell’obbedienza di interessi particolari, soprattutto quando si parla di salari, ammortizzatori sociali, trasporti pubblici, sanità. "Niente è più pericoloso degli interessi privati nell’amministrazione pubblica”, lo scriveva Jean Jacques Rousseau duecentocinquanta anni fa ne “Il contratto sociale” che ispirerà la rivoluzione francese. Il tempo non si è fermato: ha solo trapiantato nei nostri giorni egoismi e privilegi.
Chi viene eletto senatore o deputato esercita spesso un esercizio di vanità lontano da ogni impegno di servizio al servizio della gente. Le elezioni possono diventare una specie di lotteria. Chi vince si trincea in una sfera blindata avvolta nell’autorità che il ruolo attribuisce.
Blindatura che preserva i privilegiati dai normali controlli consueti alla democrazia trasparente. Mai un castigo, solo fanfare ed elogi per virtù tante volte inesistenti. Solo i pari del senatore infedele sono chiamati a giudicare l’infedeltà e ad emettere un verdetto.
Si tratta di protagonisti marchiati dagli stessi vizi, quindi decisi a tenerli nascosti con la compiacenza della convivenza. Il tramonto della democrazia liberale dipende dall’appannarsi del controllo sociale che vigila sul potere pubblico.
Ma gli abusi possono venire alla luce attraverso altre strade: inchieste di un’informazione libera e indipendente, denunce di sindacati e associazioni come le Ong. Ricerche che pretendono chiarezza nei conti pubblici. Comincia la strategia del controllo dell’informazione da parte dei vati poteri. Si apre un nuovo capitolo della democrazia, il capitolo dell’autorità che non desidera essere controllata da chi dialoga con la gente fuori dagli spazi istituzionali. Non è gradita la curiosità di cittadini informati che mettono il naso nelle macchine dello stato. Curiosità asfissiata da complicità e minacce velate o esplicite da parte di uomini di fiducia dei potenti insediati nei nodi strategici dell’organizzazione pubblica.
Diversa la prospettiva nella democrazie partecipate. Chi governa nel nome dei cittadini è un politico che ha l’obbligo di spiegare in modo chiaro cosa sta facendo e la ragione di certe decisioni. Governa non solo nel nome del popolo, ma per il popolo e assieme al popolo. Attraverso i meccanismi di controllo esercitati da poteri indipendenti fra loro, chiamati a vigilare e decidere, è possibile penetrare meandri sconosciuti e portare alla luce corruzioni delle quali fino al momento della rivelazione dei misfatti nessuno si era vergognato. Insomma, la democrazia partecipata dà la possibilità di tutelare i soldi del contribuente.
Ma dove il potere politico influenza ed imbriglia la democrazia dei controlli, di quale democrazia parliamo? Tutti sappiamo che il re è nudo, ma per non farlo sapere ecco le mani sui media e la sottomissione di partiti e protagonisti populisti, e la corruzione nelle reti di consenso ispirata agli interessi delle corporazioni: lobbies economiche, familiari o funzionari di partito privilegiati, quindi fedeli nel silenzio per proteggere i benefattori.
E’ in questo mondo che si sta rifondando lo stato moderno. Nei Carabi, in America Latina, dopo la primavera delle democrazie che condannavano la violenza e i colpi di stato, torna la politica dei golpe e delle restaurazioni. Si riaffacciano vecchie oligarchie che suscitavano e suscitano l’ orrore dei politici normali impegnati a risolvere i problemi della gente normale. Nel periodo di transizione della democrazia liberale verso la democrazia partecipata, si mescolano luci e ombre. Insolite alleanze elettorali tra conservatori e progressisti. I tornaconti elettorali dimenticano i valori etici. L’uso delle risorse pubbliche si nasconde nelle carte di credito mentre diventano sempre meno chiari i destini degli accumuli pensionistici, sacrifici di vite di lavoro. (NdR – il liberismo anni Ottanta ha cancellato in America Latina pensioni e assistenza sociale di stato. I fondi pensione sono accumulazioni volontarie che crisi e speculazioni stanno divorando ). Come in Europa e in ogni altra parte, le grandi imprese finanziano le campagne elettorali di politici mandati in parlamento per difendere gli interessi di chi ha pagato “il salario del disonore”.
Per dare forza alla democrazia e a un corretto sistema economico, sociale, familiare; per non fare distinzioni fra origini etniche diverse; per riaffermare piena tolleranza sessuale e religiosa, è necessario dare irrobustire l’istruzione per tutti, obbligo di ogni governo e di ogni stato. Altrimenti la democrazia partecipata resta un sogno in Brasile e in ogni altro posto delle Americhe e d’Europa.

domenica 2 agosto 2009

LA MALATTIA DEL POTERE

di Frei Betto

” Il potere è afrodisiaco ? ” ha chiesto una volta il giornalista Ricardo Gontijo al generale Heisel quando occupava la presidenza della repubblica del Brasile. La macchina del generale è partita prima che il giornalista sentisse la risposta. La definizione di Lord Acrton è stata più incisiva: ” ogni potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente “.
E’ ingiusto attribuire la corruzione a tutti coloro che dispongono di una piccola parte di potere, però non vi è dubbio che il potere trasforma, qualunque ne sia l’importanza: sindaci, capi, gerenti, direttori, dirigenti sindacali, deputati, vescovi. San Paolo direbbe che eccita la concupiscenza. Perché le persone si affezionano ai piaceri e alla vita facile offerte a chi occupa la posizione preminente.
Per molte persone il potere è l’ambizione suprema. E’ la maniera perversa di paragonarsi a Dio. Basta osservare i politici che raccolgono somme milionarie nelle campagne elettorali, e , se sconfitti, vogliono restare sulla scena come se la forza del potere si dovesse misurare sull’ammontare delle fortune dilapidate. Lontani dal potere, alcuni uomini si sentono terribilmente umiliati, espulsi dall’olimpo degli dei. Fuori dal potere sono depressi, e, passata la risacca, tornano a rincorrere il potere con artigli più affilati e meno scrupoli.
Malgrado le buone intenzioni la loro vita si trasforma in un tumulto di azioni. Programmano con furbizia dover mettere i piedi. Non valgono le intenzioni ripetute di chi giura che ” il futuro non somiglierà al passato “. Invece ne è sempre la ripetizione salvo onorevoli eccezioni come Francesco d’ Assisi, Gandhi e Che Guevara che hanno osato sottomettere il modo di vivere al loro modo di pensare non volendo abiurare a principi e ideali. Di solito succede il contrario. Chi occupa il potere a poco a poco modifica il modo di vivere. Perché il potere fa girare la ruota della fortuna ecambia la vita delle persone, ne trasforma la posizione sociale e culturale. Queste persone si circondano di adulatori, accolgono inviti lusinghieri, regali; dispongono di consiglieri, soprattutto di infrastrutture, uffici, segretarie, filtri che li avvolgono in un’aura speciale. Sostituiscono guardaroba, casa, amici, mogli o mariti.
Agli occhi dei comuni mortali, questi signori detengono la chiave di una piena felicità. Hanno il potere di approvare progetti, concedere finanziamenti, autorizzare grandi opere, permettere viaggi, distribuire incarichi, promuovere i fedeli, concedere licenze trasformando ogni gesto in avvenimenti politici. Com’è difficile per chi ha assaggiato il potere tornare ad essere la persona che era prima. Perché il potere riduce la distanza tra il desiderabile e il possibile. Quanto maggiore è il potere, minore è questa distanza. Un governatore o un ministro, possono, nello stesso giorno, grazie alla funzione che occupano – sempre scaricando il costo sul contribuente – fare colazione a Roma, pranzare a Parigi e dormire a Rio de Janeiro nella convinzione che le sue parole e le sue intemperanze condizionino il cammino della storia.
Chi si aggrappa al potere ogni mattina si guarda nello specchio della strega di Biancaneve e non sopporta le critiche che ne ingrigiscono l’ autoimmagine mettendone a nudo le contraddizioni davanti agli occhi di tutti. Ecco perché si isola, perché si chiude in un circolo ermetico al quale ha accesso solo chi obbedisce ai suoi ordini e approva con un amen ogni sua idea; oppure, portatore di critiche, si trasforma in connivente: ognuno coltiva ambizioni e non desidera essere sostituito da altri untori del potere.
Nasce una complicità tattica con un solo timore: che la stampa libera sappia ciò che stanno facendo. Eppure non resistono nel comportarsi come se camerieri, agenti di sicurezza e impiegati non avessero occhi, orecchie, bocche che raccontano, amici che ascoltano. Tutto si aggrava quando il potere istituzionale si lega al potere marginale, e deputati, senatori, governanti e ministri, si appoggiano a spie, trafficanti, maneggioni corrotti ma fedeli all’adagio ” chi dà, riceve “. E le parole cambiano: il potere imputridisce.
09-06-2009

Frei Betto è una delle voci libere della Teologia della Liberazione. Frate domenicano, giovanissimo, è stato imprigionato e torturato dalla dittatura militare brasiliana. L'impegno umano, inevitabilmente politico, verso i milioni di diseredati che circondano le città e vivono nelle campagne del suo paese, lo ha reso pericoloso agli occhi dei generali che governavano il Brasile. Ha scritto 53 libri. La sua prosa diretta e affascinante analizza l'economia e la politica, la vita della gente con una razionalità considerata " sovversiva " dai governi forti dell'America Latina, e non solo. Non se ne preoccupa. L'ammirazione dei giovani di ogni continente lo compensa dalla diffidenza dei potenti. Venticinque anni fa ha incontrato e intervistato Fidel Castro, libro che ha fatto il giro del mondo. Lula, presidente del Brasile, lo ha voluto consigliere del programma Fame Zero. Frei Betto è oggi consigliere di varie comunità ecclesiastiche di base e del movimento Sem Terra. Ha vinto vari premi. L'Unione degli Scrittori Brasiliani lo ha nominato Intellettuale dell'anno. Il suo libro " Battesimo di Sangue ", tradotto in Italia, è diventato un film.

sabato 1 agosto 2009

Perché Pecorella infanga don Peppe Diana?

di ROBERTO SAVIANO

MI è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.


L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.

Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace.

(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)

domenica 19 luglio 2009

Canada: il nucleare triplica i costi

A oscillare violentemente non sono solo le quotazioni del petrolio. Per l’energia nucleare una sorpresa è venuta dal Canada. Aprendo le buste delle offerte per la costruzione a Darlington di due reattori ad acqua pesante da 1.200 megawatt si è scoperto che la proposta dell’AECL (Atomic Energy of Canada Limited) era 26 miliardi di dollari, 18 miliardi e mezzo di euro al cambio attuale. Troppo? Con la seconda busta, quella dell’Areva, il colosso atomico francese, è andata poco meglio: 23,6 miliardi di dollari per due Epr da 1.600 megawatt (ma con minori garanzie su possibili futuri extracosti). Siamo a un prezzo per chilowattora che è quasi tre volte quello su cui si è basato l’accordo per realizzare a Olkiluoto, in Finlandia, un reattore di terza generazione, la filiera che dovrebbe rilanciare il nucleare dopo la lunga stasi che ha visto 30 anni di blocco degli ordini negli Stati Uniti e una stagnazione nei paesi occidentali.Il progetto finlandese procede a rilento provocando dispute giudiziarie e un forte innalzamento dei costi e queste difficoltà sono alla base della decisione dell’Edf, l’ente elettrico francese, di chiedere un aumento del 20 per cento delle tariffe. Ora anche in Ontario è arrivato un alt. Alle tariffe proposte il nucleare viene giudicato poco conveniente dal governo canadese che riteneva di poter chiudere il contratto attorno ai 7 miliardi di dollari e si è ritrovato una richiesta tre volte e mezzo più alta. Il premier Dalton McGuinty si è consolato affermando: «Se non altro lo abbiamo scoperto per tempo».

Antonio Cianciullo, 19 luglio 2009

sabato 18 luglio 2009

Obama scuote i neri ”Non avete più scuse”

Essere poveri non è una scusa per prendere brutti voti a scuola»: Barack Obama striglia la comunità afroamericana intervenendo alla serata del centenario della Naacp, l’associazione protagonista delle battaglie per i diritti civili e contro la segregazione.

Di fronte ad un pubblico di veterani delle campagne di Martin Luther King, come John Lewis, e di giovani attivisti che lo accoglie in un hotel di Midtown Manhattan come l’incarnazione del riscatto collettivo, Obama risponde pronunciando un discorso duro, che mira a mettere in evidenza i problemi che affliggono gli afroamericani: disgregazione famigliare e carenza di istruzione. Rivolgendosi ai genitori dice: «Mettete via i videogiochi, aiutate i vostri figli a fare i compiti e mandateli a letto ad un’ora ragionevole». E rivolgendosi ai figli aggiunge: «Crescere in quartieri poveri non è una giustificazione per prendere brutti voti a scuola, nessuno ha già scritto il vostro destino per voi, lì fuori ci sono molti altri Barack Obama che un giorno potranno diventare presidenti».

I 45 minuti di discorso sono una declinazione in chiave nazionale del testo pronunciato il 12 luglio ad Accra, in Ghana, destinato agli africani: ora come allora punta sulla frase «prendere il destino nelle vostre mani» per incalzare le nuove generazioni a mettere da parte il vittimismo del passato ed ora come allora ripete, in un crescendo di emozione, la frase «basta scuse! basta scuse!». Obama interpreta la propria missione di leader afroamericano con l’impegno a far emergere quella che nel discorso di Selma, in Alabama, pronunciato il 4 marzo 2007 definì la «Generazione del Giosuè» ovvero quei giovani eredi dei «Mosè» che confissero la segregazione a cui ora spetta costruire la nuova vita nella Terra Promessa degli Stati Uniti d’America. E’ per questo che Obama sottolinea: «Vi voglio vedere diventare ingegneri e scienziati, dottori e insegnanti, non solo sportivi e ballerini».

L’esempio a cui si richiama è quello della sua storia perché «devo tutto a mia madre che mi fece studiare» e della parallela vicenda della moglie Michelle, nata nei quartieri poveri del South Shore di Chicago e divenuta un avvocato di punta. «Tutte le migliori riforme che il governo potrà fare non consentiranno ai nostri figli di entrare nella Terra Promessa - sono le parole del presidente - senza prima avere una nuova mentalità e dei nuovi comportamenti capaci di emanciparci dalla sensazione di essere limitati, frutto delle discriminazioni subite in passato». L’estrema e più importante vittoria che Obama cerca è quella sull’eredità della segregazione che «fa crescere i nostri figli in quartieri dove il tasso di criminalità è più alto» e in case dove «i genitori prestano poca attenzione all’istruzione, non leggono libri ai figli e disertano gli incontri con gli insegnanti nelle scuole». Mettere a nudo ferite della comunità afroamericana serve a schiudere le porte ad un futuro migliore: «Voglio che i nostri figli non aspirino tutti a diventare campioni di basket ma vogliano anche essere giudici della Corte Suprema e presidenti degli Stati Uniti».
MAURIZIO MOLINARI
Corrispondente da New York
La Stampa, 18/7/2009

giovedì 16 luglio 2009

L’EPR: un pericolo per l’uomo e per l’ambiente

Tradotto dal francese da karl&rosa

Il 21 ottobre 2004 EDF ha deciso di installare il reattore nucleare di terza generazione EPR (European Pressurised water reactor) sul sito di Flamanville, sulla Manica. "L’EPR é dieci volte più sicuro delle centrali nucleari attuali". Questa citazione dell’attuale ministro francese dell’industria, Nicole Fontaine, é almeno bizzarra, come fa notare Axel Mayer del BUND di Friburgo (Germania). Non ci ripetono infatti da decenni che le centrali nucleari attualmente in servizio sono tutte sicure al 100%?
Mentre il movimento ambientalista tedesco, che si é lasciato addormentare dalle promesse soporifiche di una cosiddetta "uscita dal nucleare", aspetta che la chiusura degli impianti atomici si realizzi da sola, le multinazionali dell’energia nucleare come EnBW, RWE, Eon, Vattenfall, EDF, Siemens e Areva preparano il terreno per far accettare la costruzione di nuove centrali atomiche in Europa.
Il progetto EPR é finanziato da EDF e EnBW con i nostri soldi, dato che ne siamo i clienti. La sua costruzione spetterà a Siemens e Areva. "Se il governo francese si pronuncia all’inizio del 2004 - il progetto é all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri dell’11 e del 18 febbraio - per l’adozione di questo progetto franco-tedesco di Areva, l’EPR potrà entrare in funzione nel 2010", ha dichiarato Nicole Fontaine il 7 novembre 2003.
Nuove strategie soft per imporre l’EPR:
Gran parte del parco nucleare europeo deve essere rinnovata a partire dal 2005 e Siemens & Areva sono ben decise a restare sul mercato nucleare mondiale. Con l’EPR non si tratta solo di un nuovo reattore per la Francia, ma di creare una testa di serie, un modello di riferimento da esibire sul mercato mondiale.
La lobby nucleare ha imparato la lezione dopo le sue sconfitte a Wyhl, Wackersdorf, Plogoff etc.. e non ripeterà i suoi errori. Ormai opera diversamente: un’abile campagna pubblicitaria, che costa svariati milioni di euro, é organizzata un po’ dappertutto in Europa per vantare i meriti di questo tipo di reattore "nuovo, sicuro e durevole". Adesso la propaganda pubblicitaria é centrata completamente sull’aspetto "ecologico" e favorevole al clima di questo nuovo investimento. Sono proprio le lobbies alle quali gli ambientalisti sono riusciti dopo anni ed anni ad imporre dispositivi di riduzione dei tassi di nitrato e di zolfo nelle loro vecchie miniere di carbone che utilizzano ora argomenti ambientalisti per rilanciare i loro programmi nucleari! E che per di più si sforzano di dividere il movimento ambientalista fomentando polemiche sull’eolico. E’ cosi’ che si riesce a rimuovere il ricordo degli incidenti nucleari di Chernobyl, Harrisburg, Tokaimura etc.
Siti previsti per i primi EPR:
Potrebbe essere la Finlandia o Penly, in Normandia (Francia). Quel che conta per la scelta di questi siti é che sul posto la resistenza politica e civile sia minima. Un paese piccolo come la Finlandia puo’ facilmente farsi ingannare dall’arrivo dei soldi, del potere e dell’influenza della lobby dell’atomo.
Una volta aperta la breccia, quest’ultima spera che degli invidiosi si facciano avanti in Europa. "Meglio un cattivo reattore costruito in Germania o in Francia che uno altrettanto pericoloso presso i nostri vicini europei finlandesi", é la parole d’ordine abilmente collegata agli egoismi nazionali... Puo’ anche essere un aspetto della mondializzazione. In tutti i modi, le centrali nucleari francesi arrivate al termine della loro vita dovranno essere sostituite e in Germania l’industria nucleare conta su un cambiamento di governo, con partiti pronucleari che aspettano il loro turno. E’ sorprendente che, in tutto il mondo, siano spesso partiti molto conservatori ad agire contro l’uomo, la natura e l’ambiente.
Il luogo d’installazione dell’EPR potrebbe anche essere Fessenheim, che é la centrale più vecchia di Francia e vi sarebbe fin d’ora sul sito posto per due nuovi reattori. D’altronde, "misure di igiene psicologica" sono state prese nel 2003 per preparare il terreno: la centrale si é autodotata di una certificazione ambientale (ISO 14001) ed ha fondato il nuovo club pronucleare "Sul filo del Reno". Ma i rischi sismici e la robusta opposizione delle popolazioni di entrambe le sponde del Reno sono contro la scelta di questo sito.
Pericoli dell’EPR (in breve)
Dovunque sia costruito, l’EPR sarà pericoloso. Produce scorie nucleari che dovranno essere immagazzinate per milioni di anni. Per ogni megawatt di elettricità prodotta in un anno, ogni centrale produce la radioattività a vita breve e a vita lunga di una bomba di Hiroshima. Due EPR da 1600 Mwe ognuno produrrebbero la radioattività di 3200 bombe di Hiroshima. Ovunque lavorano degli uomini, errori umani sono possibili (leggere: "Embrouilles dans les centrales" (Imbrogli nelle centrali, NdT). l’EPR é grande, invece di essere sicuro. L’organizzazione internazionale dei medici per la prevenzione di una guerra atomica IPPNW denuncia la capacità di 1600 MW come un abbandono delle norme di sicurezza. E’ per evitare un’esplosione dei prezzi dell’elettricità che Siemens e Areva privilegiano il gigantismo a spese della sicurezza. I sistemi di sicurezza passivi dell’EPR non sono sufficienti, armature e pompe sono sempre azionate da motrici che possono fermarsi al minimo guasto elettrico. La sola innovazione dell’EPR é il serbatoio, destinato, in caso di incidente grave, a ricevere e raffreddare il cuore in fusione. Per farlo, occorrerebbe da una parte che il bacino fosse assolutamente secco, senza che i rischi di esplosione di vapore siano troppo elevati, e dall’altra bisognerebbe coprire d’acqua il cuore in fusione, il che provocherebbe proprio quelle esplosioni di vapore che bisogna evitare... E, per l’EPR, delle persone moriranno nelle miniere dove si estrae l’uranio (leggere: "Un scandale nommé COGEMA" (Uno scandalo chiamato COGEMA, NdT), a causa delle radiazioni vicino alle centrali, negli stabilimenti del plutonio (detti di ritrattamento) e dell’arricchimento dell’uranio. Come ogni altra centrale nucleare convenzionale, l’EPR produrrà rilasci radioattivi durante il suo funzionamento, detto "normale". Destinato all’esportazione, l’EPR aggrava dunque il rischio che nuovi paesi entrino in possesso della bomba atomica. Secondo Jean-Jacques Rettig, del CSFR (Fessenheim), "lo Stato francese non ha imparato nulla dalla vendita di una centrale nucleare all’Irak. Chi ha una centrale nucleare é capace di costruire una bomba. Per dei profitti a breve termine, EDF, EnBW, Siemens e Areva mettono in pericolo la pace mondiale". Il progetto EPR é cominciato molto prima degli avvenimenti dell’11 settembre 2001. L’EPR non é previsto per far fronte ad un eventuale attacco terroristico. Un attacco terroristico o un incidente nucleare grave renderebbero gran parte dell’Europa inabitabile per sempre. Un paese che possiede centrali nucleari é in balia di tutti i ricatti. L’EPR non é esente dal rischio di fusione del cuore del reattore. Tutti i dispositivi di sicurezza dell’EPR, dispositivi il cui funzionamento é peraltro molto controverso, possono controllare solo fusioni a bassa pressione. L’EPR non é dunque un nuovo reattore, restano tutti i problemi inerenti al P.W.R.
Che fare?
Bisogna mobilitarsi e resistere alla propaganda mediatica della lobby nucleare. Ci sono ancora milioni di consumatori ambientalisti che comprano prodotti Siemens. Molti comprano la loro elettricità da ditte nucleari come Eon, EnBW, RWE, Vattenfall o a filiali dette ambientali. Questo potrebbe cambiare con il lancio di EPR, perché esistono produttori alternativi, che vendono a buon mercato elettricità prodotta al 100% senza nucleare come l’EWS di Schönau.
Ma resistere pacificamente significa anche far pressione su tutti i siti possibili, resistere a Gorleben, far pressione sui partiti pronucleari tedeschi e sui partiti al potere in letargo.
Le azioni transfrontaliere ed una cooperazione antinucleare internazionale sono più necessarie che mai. Se la lobby nucleare non conosce frontiere, nemmeno i suoi oppositori ne conoscono.
L’industria nucleare é rivolta al passato, mentre una vera preparazione dell’avvenire esige lo sviluppo delle alternative. Una politica energetica degna di questo nome, durevole e rispettosa del clima, deve combinare diversi fattori: economie di energie, rinuncia allo spreco, cogenerazione, fonti di energia rinnovabili. Senza una vera politica economica ecologicamente sostenibile, portiamo il nostro pianeta direttamente alla sua rovina. Con l’EPR, succederà solo un po’ più rapidamente.
Estratto dalla Gazzetta Nucleare N°215/216, settembre 2004
Originale:
http://bellaciao.org/fr/article.php3?id_article=16235

martedì 14 luglio 2009

venerdì 10 luglio 2009

L'ITÀGLIA NUCLEARE




giovedì 9 luglio 2009

L'Italia torna al nucleare Passa al Senato il ddl Sviluppo

Con 154 sì, un voto contrario e un astenuto, l'aula del Senato ha approvato, in via definitiva, il disegno di legge che contiene disposizioni per lo sviluppo. Il ddl, licenziato da Palazzo Chigi circa un anno fa e passato per quattro letture parlamentari, ora è legge. A votare a favore sono stati Pdl, Lega e Udc. Pd e Idv non hanno partecipato al voto. Il provvedimento “omnibus” prevede nuovi fondi per l'editoria, l'introduzione della class action (ma senza retroattività, quindi nessuna azione legale di massa per Parmalat e Cirio), alcune misure per il mercato del gas, altre per le liberalizzazioni delle ferrovie, oltre a diverse novità in tema di assicurazioni e prezzo della benzina, lotta alla contraffazione del Made in Italy.
Ma la norma senza dubbio più discussa è quella che prevede il ritorno al nucleare, con la delega al governo per la localizzazione dei siti per le nuove centrali. Il Governo avrà sei mesi di tempo dall'approvazione della legge per emanare uno o più decreti legislativi con la disciplina della localizzazione nel territorio nazionale di impianti nucleari, di fabbricazione del combustibile nucleare, dei sistemi di stoccaggio e deposito dei rifiuti radioattivi e del materiale nucleare. I decreti attuativi definiranno anche le misure compensative da corrispondere alle popolazioni interessate dalla costruzione degli impianti nucleari, ma anche agli enti locali e alle imprese del territorio.
Nella predisposizione dei decreti il Governo dovrà attenersi, tra le altre, all'indicazione di “elevati" e non più “adeguati” livelli di sicurezza dei siti. L'autorizzazione unica rilasciata dalle amministrazioni interessate sostituirà tutti gli atti necessari, fatta eccezione per le procedure Via (Valutazione d'impatto ambientale) e Vas (Valutazione ambientale strategica) "cui si deve obbligatoriamente ottemperare". Il Cipe, con una delibera da assumere entro sei mesi, definirà la tipologia degli impianti e con un'altra delibera favorirà la costituzione di consorzi per la costruzione e l'esercizio degli impianti.
Nasce inoltre l'Agenzia per la sicurezza nucleare, che svolgerà funzioni di autorità nazionale per la regolamentazione tecnica, il controllo e l'autorizzazione ai fini della sicurezza, la gestione e la sistemazione dei rifiuti radioattivi e dei materiali nucleari, la protezione dalle radiazioni, nonché le funzioni e i compiti di vigilanza sulla costruzione, l'esercizio e la salvaguardia degli impianti e dei materiali nucleari.
Il ritorno al nucleare viene ovviamente salutato favorevolmente dall'amministratore delegato di Enel, Fulvio Conti: " Il ritorno del nucleare in Italia - sottolinea il numero uno di Enel - è un'opportunità strategica per ricostruire la filiera scientifica, tecnologica e industriale indispensabile per stabilizzare i costi di generazione di energia elettrica, ridurre la dipendenza dalle importazioni di materie prime e combattere contro il cambiamento climatico". Ma Pd e organizzazioni scientifiche stanno esprimendo in queste ore il proprio dissenso: ''C'è poco da essere entusiasti: è una legge inopportuna'', ha detto Ignazio Marino, candidato alla segreteria del Pd. Per Marino, è grave anche perché ''una legge, in particolare su questa materia, dovrebbe essere basata su dati scientifici. Abbiamo un premio Nobel come Carlo Rubbia - ha aggiunto l'esponente del Pd- che ha ripetuto più volte che oggi non esiste un metodo sicuro per lo stoccaggio delle scorie radioattive e che anzi c'è un rischio concreto per la salute''. ''Esiste la possibilità di fare ricerche su fonti diverse di energia e anche su altri elementi dell'energia nucleare come il torio che, a differenza dell'uranio, potrebbe produrre energia senza scorie'', ha concluso Marino, per il quale, invece, ''si fanno leggi senza tenere conto del parere della scienza e che sono anche di difficile applicazione dato che nessun Comune o cittadino accetterebbe una centrale nucleare o un sito di stoccaggio sul proprio territorio''.
E anche per Grazia Francescato, portavoce nazionale dei Verdi ed esponente di Sinistra e Libertà, "il ritorno al nucleare è una vera e propria follia sia dal punto di vista ambientale che economico”. "Con il nucleare non solo non si affronta il problema della sicurezza energetica ma si rischia di far crescere esponenzialmente le bollette dei cittadini. Ogni impianto costerà almeno 4 miliardi di euro che, di sicuro, ricadranno sulle spalle della collettività ". "Scegliere oggi il nucleare - secondo la Francescato - vuol dire far regredire il nostro Paese tagliandolo fuori dall'innovazione tecnologica e dalla ricerca sulle rinnovabili e sull'efficienza energetica che sono i settori su cui i paesi più avanzati stanno investendo con forza e che saranno i veri settori strategici nell'economia mondiale".
Mentre Francesco Ferrante, esponente degli Ecodem, ha dichiarato: "Altro che green economy e fonti rinnovabili: nemmeno l'ombra degli obiettivi che tutti i grandi paesi si pongono ma invece un ritorno al passato, costituito da quel nucleare su cui in occidente praticamente nessuno investe più un euro".
"Questo governo è tornato alla preistoria energetica per spendere soldi in grandiose e fragili cattedrali per la produzione di energia nucleare di terza generazione. Proprio quella tecnologia che Barack Obama si è rifiutato di finanziare perché inquinante e insicura, e che la cancelliera Angela Merkel ha dichiarato di non volere” - ha commentato Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente.
Da L'Unità, 09 luglio 2009

martedì 7 luglio 2009

"Vale la pena di essere sconfitti per difendere gli interessi generali?". Il commento nr. 124 di Rina Giuliani

Renato Soru in un suo articolo del 18 giugno 2009, sul sito dell' Associazione Sardegna Democratica e che ha per titolo "Tutela del territorio e paesaggio, beni inestimabili" (postato sul presente blog lo stesso giorno), si pone la seguente domanda: "Vale la pena di essere sconfitti per difendere gli interessi generali?"
rinagiuliani, lunedì 06 luglio 2009 alle ore 19:43, ha proposto un suo commento all'articolo. Qui, per piacere di condivisione, ve lo proponiamo:
"Caro Presidente, sono del parere che, quando si diffendono le condizioni generali, ci si debba applicare con ogni mezzo per non essere sconfitti. E questo vale non solo per il PPR, ma per tutta la linea politica che Lei ha avuto il coraggio di avviare, spesso mortificato da chi aveva difficoltà ad interpretare regole nuove ed innovative, spesso opponendosi solo per partito preso, senza una reale convinzione di fondo a ciò che i propri limiti culturali non consentivano di superare. A me però, rimane un dubbio di fondo: quando Lei parla del " nostro progetto", cosa intende? perchè se intende il progetto politico fatto dalla coalizione, io credo non avesse sottovalutato che, una cosa è aderire ad un progetto sulla carta, ben altro è rappresentato invece dall'animazione, dal concretizzarsi, strada facendo, di quell'insieme di regole, di quell'apporto individuale di creatività e riflessione che un progetto politico comporta. La bravura del regista consiste anche nell'avere molta pazienza e metterla in atto in svariati modi, non ultimo quello di una lunga riflessione ed anche di un periodico accantonamento in vista di tempi migliori, di tempi maturi, secondo il gergo più diffuso. Le cose sono precipitate perchè i tempi maturi, non siamo stati capaci di crearli. Perchè Lei sa bene che gli argomenti di cui stiamo parlando sono strettamente attinenti a quel processo più complesso che si chiama crescita culturale. Ovvero quel qualcosa di intangibile che ci procura la visione d'insieme delle cose, che ci rende più disponibili con gli altri, che ci impone una riflessione maggiore prima di fare passi di cui poi ci pentiamo amaramente. Io ho avuto l'impressione, anche in questi giorni che quel processo, benchè avviato, sia ancora lontano dal risultato atteso. E' lontano nei comportamenti e nelle azioni. Non basta ricordare e leggere le bellissime riflessioni di Gramsci, quando noi che diamo vita alla cultura, non la sappiamo indirizzare, non la sappiamo gestire, non sappiamo scegliere, non ci esponiamo rompendo quel gioco e quel giogo di regole perverse che limitano la partecipazione al fine di evitare che "gli illustri ospiti" siano come si dice da noi, sbruncati. La cultura non la aiutiamo neppure quando, per tutto un insieme di motivazioni, preferiamo non prendere posizioni decise sulle leggi che ci stanno piovendo addosso. Perchè è questo il vero problema sardo ed italiano, non quello delle persone che hanno perduto la capacità di indignarsi. Le persone si indignano e si indignano talmente che Lei avrà notato di quanto è cresciuta la spesa sanitaria e previdenziale italiana. Gran parte di questa è dovuta alla somatizzazione del malessere. Una situazione che però si preferisce tacere sui giornali e sulle televisioni "libere" di questo paese. Ora anche gli scrittori, ovvero quelli che dovrebbero essere un gradino più in alto, nel creare e trasmettere cultura, si mettono in proprio, editori di se stessi. Certamente perderanno nel confronto con la Deledda o con uomini come Calvino ed Herman Hesse (che dovettero faticare non poco per mantenere la famiglia) ma, tutto sommato ne trarrà vantaggio il loro portafoglio, che non si vive solo di eroismo...... Se poi come è stato detto, queste nuove norme sulle intercettazioni sono capaci di prevedere multe stratosferiche per i facinorosi, fautori della libertà ad ogni costo, come è possibile pensare che questa Italia che stanno costruendo possa far prevalere il diritto sul mercato? Chi se non i più diretti interessati dovrebbero ribellarsi per primi? invece, come sa, c'è un silenzio assordante e, come la nebbia ha già coperto tutto. Non è che anche NOI, soprattutto Noi, insieme ai letterati, insieme agli intellettuali siamo entrati a far parte di quella foresta pietrificata in cui il silenzio rappresenta la massima virtù?"

venerdì 26 giugno 2009

Il fascista di Arcore

di Giovanni Maria Bellu
La parola è difficile: schismogenesi. La coniò negli anni Trenta l'antropologo Gregory Bateson per descrivere certi rituali dei cannibali della Nuova Guinea. Nel 2002 è stata introdotta nel linguaggio politico per definire una delle principali tecniche di comunicazione di Silvio**********. Una tecnica antichissima. Ecco come la sintetizza lo psicologo Alessandro Amadori: «Si lancia, possibilmente in modo informale, una strategia di attacco, si ottiene in questo modo una controreazione spropositata, si nega di aver voluto attaccare». Il controllo dell'informazione è di grande aiuto alla schismogenesi: consente, a posteriori, di edulcorare l'attacco e di enfatizzare la reazione presentandola sempre come «spropositata». E, in più, intimidisce l'avversario che magari tace nel timore di essere bollato come «anti**********ano». Di certo gli fa perdere tempo. Se qui da noi non ci fosse questo dominio della schismogenesi, non avremmo dovuto fare una premessa tanto lunga per dire che Silvio ********** è un fascista. Più precisamente: se è vero che «ogni tempo ha il suo fascismo» (Primo Levi)********** è, nel nostro tempo e nel nostro paese, la personalità che più di ogni altra assume comportamenti che richiamano gli stilemi del fascismo. A partire dal disprezzo per la libertà di stampa.Ogni tempo ha il suo fascismo anche perché, tra un fascismo e l'altro, gli uomini liberi tentano di darsi delle leggi che ne ostacolino il ritorno. E perché, tra un fascismo e l'altro, si consolidano dei valori universali. Oggi solo un pazzo potrebbe proporre il ripristino della censura in Italia, non solo perché la Costituzione la vieta, ma soprattutto perché sarebbe inaccettabile per l'intero mondo civile. È però possibile, quando si controlla l'informazione e si è a capo di un governo, agire per togliere ai giornali ancora liberi l'ossigeno per vivere. Per esempio la pubblicità che, come il nostro premier sa alla perfezione, in Italia ha già una distribuzione totalmente sbilanciata a favore del sistema televisivo e, cioè, delle sue tasche. È esattamente quanto ieri (poche ore dopo le parole del presidente Napolitano sulla libertà di stampa come «fondamento della democrazia») ha fatto Silvio ********** parlando ai giovani industriali. Dopo aver descritto come una specie di golpe la collezione di scheletri che conserva nel suo armadio, ha detto (Ansa, ore 14,22): «Bisognerebbe non avere una sinistra e dei media che cantano ogni giorno la canzone del pessimismo. Anche voi dovreste fare di più: non dovreste dare pubblicità a chi si comporta così». Qualcuno deve avergli fatto notare che l'aveva sparata troppo grossa, ed ecco (Ansa, ora 15,01) la precisazione: «Mi riferivo non alla stampa, ma al leader dell'opposizione». La pezza non solo è quasi peggiore del buco, ma non lo chiude. Il premier ha lanciato un messaggio chiarissimo: le imprese che daranno pubblicità ai giornali che non gli piacciono, non saranno apprezzate dal governo. In una fase di crisi, l'argomento è efficace. E modernamente fascista. Quanto alla schismogenesi, suggeriamo ai lettori di seguire i telegiornali di oggi.
16-06-2009

SENZA LA PROFEZIA, RIMANE LA COMPLICITA’

di don Paolo Farinella

Egregio sig. Cardinale,
viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.
Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1 grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.
Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.
Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.
I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.
Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.
Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».
Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix» (La Stampa, 8-5-2009).
Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).
Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.
Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.
Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna.
In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete

Don Paolo Farinella lauree in Teologia Biblica e Scienze Bibliche e Archeologiche. Ha studiato lingue orientali all’Università di Gerusalemme: ebraico, aramaico, greco. I suoi ultimi libri: ” Bibbia, parole, segreti, misteri ” e ” Ritorno all’antica Messa “, sempre editore Gabrielli.