venerdì 26 giugno 2009

Il fascista di Arcore

di Giovanni Maria Bellu
La parola è difficile: schismogenesi. La coniò negli anni Trenta l'antropologo Gregory Bateson per descrivere certi rituali dei cannibali della Nuova Guinea. Nel 2002 è stata introdotta nel linguaggio politico per definire una delle principali tecniche di comunicazione di Silvio**********. Una tecnica antichissima. Ecco come la sintetizza lo psicologo Alessandro Amadori: «Si lancia, possibilmente in modo informale, una strategia di attacco, si ottiene in questo modo una controreazione spropositata, si nega di aver voluto attaccare». Il controllo dell'informazione è di grande aiuto alla schismogenesi: consente, a posteriori, di edulcorare l'attacco e di enfatizzare la reazione presentandola sempre come «spropositata». E, in più, intimidisce l'avversario che magari tace nel timore di essere bollato come «anti**********ano». Di certo gli fa perdere tempo. Se qui da noi non ci fosse questo dominio della schismogenesi, non avremmo dovuto fare una premessa tanto lunga per dire che Silvio ********** è un fascista. Più precisamente: se è vero che «ogni tempo ha il suo fascismo» (Primo Levi)********** è, nel nostro tempo e nel nostro paese, la personalità che più di ogni altra assume comportamenti che richiamano gli stilemi del fascismo. A partire dal disprezzo per la libertà di stampa.Ogni tempo ha il suo fascismo anche perché, tra un fascismo e l'altro, gli uomini liberi tentano di darsi delle leggi che ne ostacolino il ritorno. E perché, tra un fascismo e l'altro, si consolidano dei valori universali. Oggi solo un pazzo potrebbe proporre il ripristino della censura in Italia, non solo perché la Costituzione la vieta, ma soprattutto perché sarebbe inaccettabile per l'intero mondo civile. È però possibile, quando si controlla l'informazione e si è a capo di un governo, agire per togliere ai giornali ancora liberi l'ossigeno per vivere. Per esempio la pubblicità che, come il nostro premier sa alla perfezione, in Italia ha già una distribuzione totalmente sbilanciata a favore del sistema televisivo e, cioè, delle sue tasche. È esattamente quanto ieri (poche ore dopo le parole del presidente Napolitano sulla libertà di stampa come «fondamento della democrazia») ha fatto Silvio ********** parlando ai giovani industriali. Dopo aver descritto come una specie di golpe la collezione di scheletri che conserva nel suo armadio, ha detto (Ansa, ore 14,22): «Bisognerebbe non avere una sinistra e dei media che cantano ogni giorno la canzone del pessimismo. Anche voi dovreste fare di più: non dovreste dare pubblicità a chi si comporta così». Qualcuno deve avergli fatto notare che l'aveva sparata troppo grossa, ed ecco (Ansa, ora 15,01) la precisazione: «Mi riferivo non alla stampa, ma al leader dell'opposizione». La pezza non solo è quasi peggiore del buco, ma non lo chiude. Il premier ha lanciato un messaggio chiarissimo: le imprese che daranno pubblicità ai giornali che non gli piacciono, non saranno apprezzate dal governo. In una fase di crisi, l'argomento è efficace. E modernamente fascista. Quanto alla schismogenesi, suggeriamo ai lettori di seguire i telegiornali di oggi.
16-06-2009

SENZA LA PROFEZIA, RIMANE LA COMPLICITA’

di don Paolo Farinella

Egregio sig. Cardinale,
viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E’ il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città.
Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica.
Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di «frequentare minorenni», dichiara che deve essere trattato «come un malato», lo descrive come il «drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio». Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell’omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull’inazione del suo governo e sulla sua pedofilia. Una sentenza di tribunale di 1 grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale.
Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la «verità» che è la nuda «realtà». Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell’Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi «principi non negoziabili» e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono «per tutti», cioè per nessuno.
Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all’integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un’assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi «parlate per tutti»? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l’immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E’ forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l’attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l’8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell’inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo.
I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra all’accusa di pedofilia, stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull’odio dell’avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con «modelli televisivi» ignobili, rissosi e immorali.
Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l’altro 50% sotto l’influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d’interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita «dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale»? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall’eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l’etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant’Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché «anche l’imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa». Voi onorate un vitello d’oro.
Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da «mammona iniquitatis», si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d’oro? Quando il vostro silenzio non regge l’evidenza dell’ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: «troncare, sopire … sopire, troncare».
Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? «Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo … si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest’urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti… A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent’altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire» (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una «bagatella» per il cui perdono bastano «cinque Pater, Ave e Gloria»? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: «Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix» (La Stampa, 8-5-2009).
Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: «Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il denaro» (Ilario di Poitiers, Contro l’imperatore Costanzo 5).
Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei «per interessi superiori», lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile.
Lei ha parlato di «emergenza educativa» che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei «modelli negativi della tv». Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l’arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del «velinismo» o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull’altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l’Italia.
Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all’Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: «Non licet»? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro «tacere» porta fortuna.
In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.

Genova 31 maggio 2009
Paolo Farinella, prete

Don Paolo Farinella lauree in Teologia Biblica e Scienze Bibliche e Archeologiche. Ha studiato lingue orientali all’Università di Gerusalemme: ebraico, aramaico, greco. I suoi ultimi libri: ” Bibbia, parole, segreti, misteri ” e ” Ritorno all’antica Messa “, sempre editore Gabrielli.

lunedì 22 giugno 2009

Neda age 16 Iran protestor death

giovedì 18 giugno 2009

Tutela del territorio e paesaggio, beni inestimabili

Renato Soru

Vale la pena di essere sconfitti per difendere gli interessi generali? E’ una domanda che in tanti ci siamo posti all’indomani della sconfitta nelle elezioni regionali. Valeva la pena di dimettersi su un “cavillo” della legge urbanistica, per alcuni inessenziale? C’è stata una reazione eccessiva intorno a quel “cavillo” ed ai “movimenti” da una parte all’altra dei banchi del Consiglio regionale fino alla bocciatura, a scrutinio segreto, della giunta? La tutela del territorio e dell’irripetibile paesaggio della Sardegna valgono tanto? Vale un così grande sacrificio questo nostro paesaggio, profondamente umiliato negli anni con colate di cemento che lo hanno desertificato ed hanno reso noi più poveri?

Credo proprio di sì. Il paesaggio, in parte ancora salvo, è uno degli elementi costitutivi della nostra identità con il suo carico di natura e di cultura. Quel paesaggio che si è formato in un modo così sorprendente è l’unica ricchezza che abbiamo a disposizione insieme all’intelligenza delle persone che lo vivono e ci vivono.

Abbiamo pensato che è un patrimonio inalienabile da cui i Sardi di oggi e di domani possiamo trarre vita e sostentamento. Si chiama economia ecocompatibile che gli economisti più avveduti dicono è quella che salverà la terra ed i suoi abitanti.
E’ fondata sul risparmio del suolo e sul risparmio energetico; sul recupero e sulla ristrutturazione; sulle bonifiche dei territori barbaramente inquinati e sul loro risanamento; sul restauro e sulla manutenzione; sulla multifunzionalità e sulle risorse locali.

E’ un’economia che richiede strumenti e regole di tutela e salvaguardia. Richiede competenze ed un popolo diffusamente più istruito, consapevole e coinvolto nella sua conservazione; un welfare differente dall’assistenzialismo. Ed il nostro progetto prevedeva e prevede tutto questo.

Si può perdere una battaglia - quella che il Presidente del Consiglio ha intrapreso, senza esclusione di colpi, per trasformare il nostro territorio in un feudo - ma alla fine i Sardi vinceranno perché vorranno difendere il proprio paesaggio da palazzinari e da speculatori di ogni appartenenza politica che vengono di là dal mare ma che sono anche tra noi.

Questo è il commento che mi viene da fare leggendo con gioia e orgoglio la sentenza del TAR Sardegna che respinge il ricorso del Comune di Arzachena.
Spetterà a ciascuno di noi essere il custode di questo bene comune, superando le piccole convenienze personali. In ognuno dei 377 Comuni della Sardegna è dovere di ciascuno conoscere quanto prevede il PPR ed evitare che, per piccoli vantaggi, lungo le coste e nei territori di maggior pregio, cali nuovamente la cappa del cemento.

Il tour che la nuova Giunta Regionale sta compiendo nelle province sarde ha l’obiettivo, già dichiarato in campagna elettorale, di cambiare il PPR per riprendere l’azione progressiva di cementificazione della Sardegna. Quel PPR è stato uno dei punti qualificanti della nostra azione di governo e del nostro progetto politico e che la sentenza del TAR Sardegna n. 979/2009 elogia e vuol difendere.
Tutti siamo in campo perché ognuno ne sia responsabile oggi e domani.

giovedì 18 giugno 2009

Ancora un assalto respinto al Piano Paesaggistico della Sardegna

di Paolo Urbani


Con la sent.979/2009 il TAR Sardegna torna ad occuparsi del PPR rigettando il ricorso del Comune di Arzachena. Si tratta dell’ennesima conferma della validità giuridica e tecnica delle disposizioni del piano paesaggistico che salvaguardano le coste sarde e ne disciplinano rigorosamente le trasformazioni compatibili con la tutela. Per chi ha lavorato, come consulente giuridico, cinque anni al servizio della Giunta del Presidente Soru è elemento di conforto e di soddisfazione per impegno profuso nella redazione di un documento così complesso che si è avvalso della partecipazione appassionata non solo degli uffici della Regione ma anche dei tecnici del Consiglio Scientifico costituito per supportare adeguatamente le scelte del piano.

Il difficilissimo lavoro di integrazione tra conoscenza dei luoghi, elementi cartografici e norme giuridiche di disciplina dei beni paesaggistici da tutelare ha resistito ancora una volta all’attacco scomposto degli interessi antagonisti, non solo dei privati, ma quel che più stupisce, degli enti locali come il comune di Arzachena che in nome di una pelosa sussidiarietà rivendica l’autonomia delle scelte sul proprio territorio dimenticando che non esistono solo gli interessi locali ma anche e soprattutto quelli regionali e nazionali da salvaguardare in nome della protezione del paesaggio sardo che resta ancora – tra i pochi – espressione dell’identità ambientale insulare da tramandare alle generazioni future.

Che poi gli interessi locali siano rappresentati da interessi economici provenienti dal “continente” ovvero dalle numerose imprese edilizie nazionali che vedono nelle terre costiere sarde occasione di speculazione cui le amministrazioni locali prestano ascolto, barattando il futuro dei sardi con il consumo quotidiano del territorio, è cosa fin troppo nota per essere ancora una volta denunciata.

La miopia di alcune amministrazioni locali, attraversate ormai dai “flussi” degli interessi che nulla hanno a che fare con la Sardegna, mostra ancora una volta come la tutela del paesaggio non possa che essere materia statale cui la Regione dà attuazione attraverso le regole del Codice del paesaggio del 2004. La tutela dell’ambiente è in contrasto – si sa – con la cultura del consenso ed è per questo che non può essere invocata la sussidiarietà poiché essa cela l’egoismo territoriale e non la solidarietà nazionale.

Con una raffica di motivi presentati al giudice amministrativo i legali cui il comune di Arzachena si è affidato, hanno cercato di demolire l’impianto conoscitivo e normativo dell’intero piano, al fine di ottenere il più modesto vantaggio di liberare il territorio di Arzachena dai vincoli di piano.

E con una stessa raffica di argomentazioni il TAR ha demolito le istanze sollevate, confermando tutto il sistema ordinatorio del piano.La bontà della definizione della fascia costiera – bene paesaggistico – la cui delimitazione territoriale varia necessariamente in rapporto all’esigenza d’inseguire la tutela sin dove è necessario, la disciplina degli ambiti di paesaggio, altra cosa rispetto alla fascia costiera, i procedimenti d’intesa facoltativi e non necessari, lì dove il dialogo regione-ente locale ha la funzione di concertare l’adeguamento dei piani urbanistici alle superiori esigenze di tutela, la correttezza del procedimento di formazione del PPR, l’analisi delle osservazioni, della fase di pubblicità: tutte queste censure hanno resistito, come peraltro affermato già in precedenti sentenze dello stesso TAR, all’urto occhiuto degl’interessi antagonisti.

Non così accadde per i 12 piani paesaggistici che contenevano un’evidente discrasia tra disposizioni cartografiche e NTA e che furono di conseguenza annullati a seguito di ricorsi straordinari al presidente della repubblica. La competenza e la passione dei tecnici che hanno lavorato al progetto testimonia della intuizione di Soru di valorizzare gli uffici regionali assistendoli con esperti di rilevanza nazionale.

Dei 180 ricorsi circa (tra cui anche i ricorsi straordinari al capo dello stato ancora da esaminare) presentati al TAR ben pochi hanno avuto ragione di norme di piano illegittime. Ma si è trattato fin’ora di norme minori, dettate più dall’esigenza di rendere meno cogenti le disposizioni e di mediare rispetto agli interessi emergenti, e mai di disposizioni fondamentali del piano.

E per un giurista leggere quanto ha affermato in più occasioni il Tar Sardegna circa la coerenza e sistematicità di queste norme, dimostra dell’impegno profuso e della correttezza dell’agire amministrativo. Il paradosso semmai è un altro. Ed è quello che cambiata la regia politica della regione, che ha il respiro corto del “meglio un uovo oggi che una gallina domani”, questa si trova a dover continuare a difendere quelle scelte di piano, che ora cerca confusamente di modificare.

Non sarà facile per la giunta in carica, stravolgere il piano, anche perché esso è stato concordato punto per punto con il Ministero dei Beni Culturali, e se gli interessi nazionali del paesaggio devono comunque essere tutelati, sarà assai difficile che un Ministro possa assumere gli stessi interessi di parte della nuova giunta regionale.

Roma 18 giugno 2009

mercoledì 17 giugno 2009

En Italie, certaines "rondes citoyennes" prennent un petit air fasciste

LE MONDE 16.06.09 15h15 • Mis à jour le 16.06.09 15h15
Rome, correspondant

Ou il est ignorant, ou il joue les imbéciles. Maurizio Correnti, 38 ans, chauffeur de bus à Milan et responsable de la Garde nationale italienne, l'assure : l'aigle qui orne sa casquette et le soleil noir sur le brassard qu'il porte au bras droit ne sont que pures coïncidences. "L'aigle me plaît, voilà tout, a-t-il expliqué. Quant au soleil noir, je ne savais pas qu'il était un symbole nazi. Je les remplacerai par un drapeau tricolore". Sa photo en uniforme illustrait, lundi 15 juin, les articles que lui consacre la presse italienne. Ainsi accoutrée, cette Garde nationale italienne, liée au nouveau Mouvement social italien, un groupuscule d'extrême droite nostalgique de Mussolini, se propose elle aussi d'organiser des "rondes citoyennes" désormais autorisées par la loi sécurité votée au printemps. Dans l'attente d'un règlement précis, Maurizio Correnti s'est lancé sur ce créneau. Il assure que 2 500 volontaires sont prêts à s'enrôler avec lui.
Cette dérive n'alarme pas le ministre de l'intérieur, Roberto Maroni : "On nous accuse de vouloir le retour des chemises noires, mais nous voulons simplement que les citoyens participent à la sécurité", a-t-il expliqué lors d'une réunion de son parti, la Ligue du Nord. "Qu'elles soient noires, rouges ou vertes, les rondes signent la défaite de l'Etat", disent les centristes. "Désormais, tout le monde se sent autorisé à faire des rondes", s'indigne le centre-gauche. Le parquet de Milan a décidé d'ouvrir une enquête afin de vérifier si cette initiative ne relève pas de "l'apologie du fascisme".
Mal à l'aise, le centre-droit a incité l'adversaire à balayer devant sa porte : "La gauche se lance dans une polémique inutile, a répliqué le bouillant député Maurizio Gasparri. Elle ferait mieux de regarder à Naples où les dirigeants de la région confient le soin de protéger des touristes à des anciens détenus".
Depuis quelques jours, en effet, la région Campanie, administrée par le centre-gauche, a engagé une opération de réinsertion qui pourrait concerner plus de 400 anciens prisonniers. Vêtus d'un casque jaune, ils sont appelés à devenir "opérateurs pour la sécurité des touristes en ville". A charge pour eux de les aider à traverser "l'autoroute" qui longe le bord de mer à la sortie du port ou de protéger leurs pérégrinations dans les quartiers "typiques", mais parfois malfamés.
Les hôteliers et les tour-opérateurs condamnent le projet. L'assesseur au tourisme de la ville de Naples ne cache pas ses doutes : "Il faudra voir comment ces futurs "guides" seront formés. C'est un service qui demande quoi qu'il en soit de la gentillesse, une connaissance des langues et une bonne capacité relationnelle."
Philippe Ridet

domenica 14 giugno 2009

Ivan Della Mea - RINGHERA (prima parte)

"Ringhera" - Ivan Della Mea - Per ricordare degnamente Ivan Della Mea, la statura dell'artista, il compagno, l'uomo.

sabato 13 giugno 2009

L’esempio danese e la dimensione culturale

di Dafni Ruscetta

La dimensione politica degli ultimi anni si è spesso servita di una pericolosa alchimia mediatica per impadronirsi dell’immaginario collettivo. Il dato più preoccupante è che essa ha dato vita a un mutamento non temporaneo ma, verosimilmente, di lungo periodo della dimensione culturale, per certi versi quasi antropologica, nel nostro Paese.

La necessità di un’inversione di tendenza mi è parsa particolarmente evidente alcuni giorni fa, mentre ero immerso in una lettura accademica all’Università di Copenhagen. Stavo leggendo un articolo sulla cultura come strumento di competitività nelle strategie danesi legate alla globalizzazione. In particolare mi ha colpito come, in quest’ottica, venga attribuita una grande importanza ai valori culturali e morali tipici di una popolazione, cultura naturalmente intesa in senso tradizionale, come insieme di ideali storicamente stratificati. I nuovi principi della dimensione sociale danese, secondo l’autore, sarebbero diventati anche la forza propulsiva dell’economia. A questo scopo è stato persino adottato un metodo quantitativo di misurazione dei valori tipici di quella cultura. Il Consiglio Nazionale dell’Innovazione, infatti, da alcuni anni sta monitorando e identificando le best practices, sulla base delle virtù in cui la Danimarca eccelle rispetto ad altri Paesi (la cd. “World Class Danishness”). Secondo un rapporto di tale istituzione, del 2005, la world-class corrisponderebbe a una certa visione umanistica della cultura danese: “I Danesi non credono nei sistemi, ma credono nelle persone, nel fatto che il singolo individuo possa fare la differenza”.
Una simile concezione positiva dell’essere umano, basata sul riconoscimento della fiducia reciproca e sul rispetto tra individui uguali fra loro, favorisce un meccanismo di cooperazione interpersonale e di gerarchie pressoché inesistenti, tanto che questo sistema, a quanto pare, si sta trasformando in un vero e proprio vantaggio competitivo anche a livello economico. ll concetto di “cohesive power” - la condivisione di valori comuni molto forti, da non confondersi con il termine “nazionalismo” - è diventato uno dei cavalli di battaglia del governo liberal-conservatore al potere a Copenhagen. Alcuni sondaggi internazionali degli ultimi anni, infatti, hanno riscontrato che i danesi sono tra le popolazioni al mondo con il maggior senso di fiducia reciproca. Questo sentimento comune facilita un clima di maggiore distensione, grazie al quale le persone si sentono tranquille, al sicuro e, di conseguenza, possono cooperare liberamente per il bene comune. Il senso di fiducia, dunque, contribuirebbe a un certo dinamismo della società, così come al benessere stesso dei cittadini. Il motivo di tanto senno sarebbe da ricercare in una sorta di “individualismo comunitario” tipico di quella società in quanto, se è vero che quella danese è una cultura individualista - ma non nel senso dell’individualismo “laissez-faire” - è altrettanto certo che essa si fonda anzitutto su valori di eguaglianza, responsabilità e rispetto.
E quali sarebbero le strategie per una simile conversione? In primo luogo un approccio orientato all’“user-driven innovation” secondo cui la tecnologia non sarebbe il motore privilegiato per creare innovazione, bensì le reali esigenze dell’utente del bene o servizio, della persona che dovrà usufruirne e che diventa così parte attiva nel processo di sviluppo. Tale metodo si manifesterebbe anzitutto nelle relazioni di cooperazione tra le aziende e il consumatore finale, sfruttando una logica di networking. D’altra parte una tendenza particolarmente diffusa in molti Paesi del Nord Europa, in questi ultimi anni, è quella di servirsi di profonde analisi etnografiche in vari settori: dall’economia al business, dall’architettura al marketing, dalla politica al sociale. L’altro asse strategico riguarda, invece, la particolare attenzione alla qualità della vita, ai cosiddetti settori “etici” e quindi cruciali per tutta la società danese, in quanto offrono un solido vantaggio competitivo nell’era della globalizzazione. Per queste ragioni i Paesi scandinavi – e la Danimarca in particolar modo in questo contesto – appaiono come una delle poche realtà al mondo in grado di generare un vero cambiamento dal basso, a partire dalle risorse intrinseche di quella cultura, che agiscono a livello individuale prima ancora che collettivo. Un bell’esempio di democrazia “reale” e condivisa.
Certo sarebbe ingenuo pensare che in Italia si possa improvvisamente instaurare lo stesso senso di fiducia e di cooperazione, soprattutto dopo gli ultimi anni di aspro confronto e conflitti di parte. D’altronde il continuo attaccamento al potere dimostrato da una classe politica, intenta ad auto-perpetuarsi in un costante sforzo di foga autoreferenziale, non rappresenta proprio la mancanza di una certa visione del bene comune, del cohesive power appunto? La Danimarca è un Paese giovane, è un dato di fatto che si osserva ovunque, anche semplicemente passeggiando nelle strade. I giovani contribuiscono in maniera determinante all’evoluzione di tutta la società. Alcune settimane fa, sempre a Copenhagen, ho assistito alla premiazione di un concorso di architettura, a cui avevano partecipato varie aziende locali. Era impressionante constatare come la maggior parte di quelle aziende fosse costituito da giovani al di sotto dei trent`anni. E’ il tipo di cambiamento che servirebbe anche in Italia: creatività, entusiasmo, sensibilità nuove. Persone con caratteristiche simili se ne incontrano anche da noi, individui che con le loro idee innovative potrebbero fornire un contributo molto elevato. Tali risorse, tuttavia, rischiano di dissiparsi nella routine quotidiana e nel degrado di modelli economico-culturali di stampo qualunquista e individualista. Le nuove generazioni hanno avuto la fortuna di viaggiare, di conoscere altre culture e di confrontarsi con il mondo globalizzato in tutte le sue componenti. Gente in grado di assumersi delle responsabilità se solo, finalmente, ne avesse l’opportunità.
Anche nella nostra società dunque, nonostante la trasformazione della dimensione culturale degli ultimi anni, esistono potenzialità enormi. Non illudiamoci, però, che basti consentire l’accesso ai giovani nei vari settori della società e nella politica. Serve, al contempo, una profonda riflessione sui valori, che non sono proprietà esclusiva del campo religioso e nemmeno di quello politico-filosofico. E’ finito ormai il tempo delle ideologie e delle lotte di classe - il primato della politica - quel che serve è davvero un nuovo umanesimo che dia vigore ai valori comuni della nostra cultura, che sono normalmente incorporati nell’individuo prima ancora che nella collettività. Tali valori non sono solo cristiani, né laici, né borghesi o proletari, ecco perché è necessario tornare a ragionare in termini di solidarietà umana e sociale insieme, non dimenticando che ogni collettività è composta prima di tutto dai singoli individui. Quello che occorre è una fase di analisi e progettualità a livello antropologico, che si avvalga del contributo di varie sfere della società (educazione, media, università, spettacolo, religione ecc.), nuovi modelli culturali che partano dalla quotidianità dei bisogni piuttosto che dalle forme politiche che sinteticamente vogliono rappresentarli, che ne dovrebbero essere piuttosto una conseguenza.
Se ci si vuole porre come qualcosa di veramente alternativo all’esistente, d’altra parte, dovremmo assumerci la responsabilità di dare il buon esempio e di convincere le persone che il bene comune si persegue con nuovi valori, con un rinnovato modo di interagire nella società, con la filosofia della condivisione e del confronto, del rispetto reciproco come premessa indispensabile. Il bene comune non può essere coltivato nello stesso terreno dei pregiudizi, dell’ignoranza, della presunzione e della paura. Le forze che si propongono come modello alternativo, al momento ancora minoritarie nel Paese, la smettano di mostrare come unico obiettivo quello di demolire l’attuale sistema. Prima ancora di organizzarsi e mobilitarsi a livello politico servono nuovi strumenti culturali, filosofici e velleità umanistiche per fronteggiare questo decadimento generale verso cui è scivolata la nostra cultura. E’ questa la vera rivoluzione. Un nuovo umanesimo, in cui prevalga la necessità di diffondere una coscienza e una dimensione personale sempre più intime, è dunque il presupposto essenziale per una rinnovata evoluzione sociale, nella consapevolezza che una comunità ha bisogno di individui “adulti”, in grado di pensare e di elaborare una loro visione del bene privato e collettivo, non di persone intente unicamente a perseguire le proprie vanità. La coscienza del nostro intimo deve diventare base d’analisi imprescindibile. Voltaire aveva ragione nel dire che “ciascuno dovrebbe imparare a coltivare il proprio orticello…”.
Dovremmo allora puntare alla profondità recuperando, ad esempio, il valore della poetica nella vita quotidiana. La poesia ha il vantaggio di parlare all’anima, alle emozioni, evitando tutta una serie di speculazioni legate all’intelletto e alla logica, dominanti nella nostra civiltà. Per fortuna c’è chi, come Benigni, ancora insiste nel sottolineare che siamo stati il Paese di Dante Alighieri e del Rinascimento. E’ alla bellezza che dovremmo consacrarci nuovamente, alla semplicità del quotidiano, all’essenziale, alla riscoperta genuina e consapevole del mondo naturale, della terra. Potrebbero essere questi i valori - proiettati al futuro, non solo al passato - la nuova direzione per il cambiamento, il vantaggio competitivo per ridare dignità a questa nostra cultura e a tutta la società italiana. I semi sono già presenti, basta non continuare a calpestarli.

Area - Live in studio + Intervista

Dal programma RAI Sabato Due, probabilmente della fine del 1977.


11 giugno 1984 - 11 giugno 2009. A 25 anni dalla scomparsa di E. Berlinguer. La questione morale oggi: proposte e impegni per far rinascere l'Italia.

Roma, 11 giugno 2009
Nuove visioni del futuro, contributi sulla società che vogliamo, idee, parole d’ordine, temi fondativi. Conversazioni dedicate agli italiani che resistono.

DIBATTITO - Evento organizzato da

IL VIDEO DEL DIBATTITO LO SI TROVA POSTATO NELLO SPAZIO "POLITICA & ALTRO"

venerdì 12 giugno 2009

mercoledì 10 giugno 2009

ENRICO BERLINGUER


martedì 9 giugno 2009

Ken Saro-Wiwa fights for rights against oil industry

Human Rights case study in Nigeria where Ken Saro-Wiwa wrote poetry about the desecration of his country by oil industry.
(un altro documento audiovisivo lo trovi postato sotto)


CLAMOROSO FUORIONDA ELEZIONI EUROPEE 2009: TG 5, raffronto 2008 ? solo curiosità, non lo diciamo

Come cercare di nascondere la batosta del PDL ? "Raffronto con il 2008 ? No, non lo diciamo " Altro che 45 % sbandierato, il Pdl si ferma al 35 %. In calo anche rispetto alle Politiche di un anno fa.

lunedì 8 giugno 2009

La cosa Berlusconi

JOSÉ SARAMAGO

No veo qué otro nombre le podría dar. Una cosa peligrosamente parecida a un ser humano, una cosa que da fiestas, organiza orgías y manda en un país llamado Italia. Esta cosa, esta enfermedad, este virus amenaza con ser la causa de la muerte moral del país de Verdi si un vómito profundo no consigue arrancarlo de la conciencia de los italianos antes de que el veneno acabe corroyéndole las venas y destrozando el corazón de una de las más ricas culturas europeas. Los valores básicos de la convivencia humana son pisoteados todos los días por las patas viscosas de la cosa Berlusconi que, entre sus múltiples talentos, tiene una habilidad funambulesca para abusar de las palabras, pervirtiéndoles la intención y el sentido, como en el caso del Pueblo de la Libertad, que así se llama el partido con que asaltó el poder. Le llamé delincuente a esta cosa y no me arrepiento. Por razones de naturaleza semántica y social que otros podrán explicar mejor que yo, el término delincuente tiene en Italia una carga negativa mucho más fuerte que en cualquier otro idioma hablado en Europa. Para traducir de forma clara y contundente lo que pienso de la cosa Berlusconi utilizo el término en la acepción que la lengua de Dante le viene dando habitualmente, aunque sea más que dudoso que Dante lo haya usado alguna vez. Delincuencia, en mi portugués, significa, de acuerdo con los diccionarios y la práctica corriente de la comunicación, "acto de cometer delitos, desobedecer leyes o patrones morales". La definición asienta en la cosa Berlusconi sin una arruga, sin una tirantez, hasta el punto de parecerse más a una segunda piel que la ropa que se pone encima. Desde hace años la cosa Berlusconi viene cometiendo delitos de variable aunque siempre demostrada gravedad. Para colmo, no es que desobedezca leyes, sino, peor todavía, las manda fabricar para salvaguarda de sus intereses públicos y privados, de político, empresario y acompañante de menores, y en cuanto a los patrones morales, ni merece la pena hablar, no hay quien no sepa en Italia y en el mundo que la cosa Berlusconi hace mucho tiempo que cayó en la más completa abyección. Éste es el primer ministro italiano, ésta es la cosa que el pueblo italiano dos veces ha elegido para que le sirva de modelo, éste es el camino de la ruina al que, por arrastramiento, están siendo llevados los valores de libertad y dignidad que impregnaron la música de Verdi y la acción política de Garibaldi, esos que hicieron de la Italia del siglo XIX, durante la lucha por la unificación, una guía espiritual de Europa y de los europeos. Es esto lo que la cosa Berlusconi quiere lanzar al cubo de la basura de la Historia. ¿Lo acabarán permitiendo los italianos?

Da: El Pais, del 07/06/2009

domenica 7 giugno 2009

Parlare male di Berlusconi. Non possiamo non farlo

di Furio Colombo

Perché non possiamo non dirci antiberlusconiani, qualunque sia il risultato elettorale (che speriamo largamente democratico, nel senso politico, nel senso di antifascista, nel senso che Marco Pannella ha ridato alla abusata parola)? La ragione si esprime in pochi punti.

1. L’ideologia, ovvero il patrimonio di idee e di visioni che Berlusconi ha trovato abbandonati sul terreno quando è “ sceso in campo”, non c’entra. Questo non è un governo di destra. Non c’è il decoro e il senso delle istituzioni della Destra di Gianfranco Fini, né la concitazione aggressiva e xenofoba della Lega Nord che - in tante diverse incarnazioni - avvelena il clima morale e politico di mezza Europa. Berlusconi non è né Fini né Bossi. È solo se stesso. Un signore ricco, furbo, non intelligente ma svelto, svincolato dal peso della buona reputazione e ricoperto dal manto - tutto teatrale però efficace - del successo populista. Non c’è nulla prima di Berlusconi, nulla che gli assomigli. Non ci sarà nulla dopo di lui (certo non il devoto Bondi). Abbiamo a che fare con un caso unico in Europa e raro nella storia. Non è raro il leader squilibrato. È rara una così vasta sottomissione delle cosiddette classi dirigenti.

2. È vero (cito ancora Marco Pannella) che malgoverno e malaffare hanno a lungo lavorato insieme in Italia ben prima dell’uomo di Arcore. Ma sono confortato dal grido di allarme del leader radicale che, invece di scusarsi per l’antiberlusconismo dichiara, col consueto coraggio, che c’è un vero e imminente pericolo di fascismo e che la persecuzione delle persone segue, non precede, la strage di notizie. Questa strage è già in atto se pensate ai molti grandi giornali che non hanno osato pubblicare le immagini di comportamento indecente del premier alla parata del 2 giugno. Più ancora, se si ricorda a che punto estremo di manifestazione e di denuncia i nonviolenti Pannella e Bonino sono dovuti arrivare per rompere il silenzio.

3. Chiunque può avere, per un periodo, un ministro inutile come Brunetta; un capo dell’Economia impegnato a scrutare un altro orizzonte, non quello vero, come Tremonti; un finto ministro dell’Istruzione come la Gelmini (memorabile l’invenzione del 6 rosso) di cui si ricorderanno solo il tailleur alla Mary Poppins, gli occhiali e i tagli poderosi alla scuola pubblica. Ma nessuno ha avuto e continua ad avere per quindici anni un uomo troppo ricco, non nel pieno controllo del suo comportamento pubblico (la vivacità eccessiva certe volte lo aiuta, certe volte lo sputtana) e preoccupato solo di se stesso, immagine, donne (nei limiti e con la pena dell’età), e finti progetti, uno o due al giorno, annunciati e poi buttati, in un delirio di applausi che - ci siano o non ci siano gli oppositori - ad un certo punto cesserà di colpo.

4. Berlusconi siede sul groviglio dell’immondizia, del terremoto, della crisi economica senza governare. Tutte le sue leggi sono ritorsioni, punizioni, vendette, volute e votate per interesse aziendale o personale o tributo a un partito feudatario, come il disumano e incivile «pacchetto sicurezza», vero best seller di condanne nel mondo civile laico e religioso. In particolare non si registra una legge o misura o azione o strategia anticrisi che non sia una esortazione all’ottimismo e al consumo. La parola d’ordine del non-governo Berlusconi è «lavorare di più», ammonimento diretto non si sa a chi, date le cifre continuamente in crescita della disoccupazione. Lo dice mentre lo affianca la neoministro del Turismo Brambilla, di cui non si sa nulla, eccetto il colore vistoso dei capelli, e che non può far nulla in un Paese che affoga nell’immondizia e nel cemento. Infatti, nel frattempo, incombe sulla Toscana l’immensa colata di cemento detta «Spaccamaremma», l’inutile autostrada destinata a isolare la regione italiana più celebre al mondo dal suo mare (la colata di asfalto e cemento corre lungo le spiagge). E incombe su tutto il Paese il «piano casa». È un singolare condono preventivo che autorizza ciascuno al peggio, senza autorizzazioni, senza controlli, senza regole. Ma questo è il cuore del discorso. Berlusconi, da solo, siede sul Paese. Come se non bastasse lancia una frase squilibrata al giorno. L’ultima è “troppi negri a Milano”, nell’anno, nel giorno, nell’ora dello straordinario discorso al Cairo di Barack Obama, primo Presidente afro-americano degli Stati Uniti. Sua moglie - che deve averci pensato molto - ci dice che non sta bene. Alcuni italiani lo ammirano perché è ricco e sono sicuri che non usa aerei di Stato per ballerine di flamenco e chitarristi personali. Altri - come Pannella - vedono e dicono chiaro il pericolo. In Italia manca l’ossigeno delle notizie vere. Il piede sul tubo è quello di Berlusconi.

07 giugno 2009 - Da: L'UNITÀ

sabato 6 giugno 2009

Enrico Berlinguer, la grande lezione d’un uomo inattuale. Il ricordo di uno scrittore che il segretario del Pci volle candidare a Montecitorio

Salvatore Mannuzzu

Non sono mai stato iscritto a un partito politico. Nemmeno al Pci: il che dimostra quanto la mia vita sia stata sempre refrattaria a discipline simili; perché se lo fosse stata un po’ meno, a un certo punto (quando le cose cominciavano ad andare male) mi sarei arruolato.
Lo metto subito a verbale: non trovando altro incipit per dire dei miei rapporti con Enrico Berlinguer; e magari anche del colore di quegli anni. Ho solo fatto il deputato per tre legislature, eletto come indipendente nelle liste del Pci. A quel partito, insisto, ero molto vicino: ma sono diventato parlamentare senza il cursus honorum obbligatorio (o quasi) per gli iscritti; «nominato, non eletto», diceva per scherzo Luigi Spaventa di noi indipendenti di sinistra.
La mia candidatura e la mia elezione furono quindi (immagino) esito d’una scelta un po’ casuale; o se non casuale, fungibile. Però ero sardo ed ero sassarese, come Berlinguer; addirittura, d’estate passavo un mese a Stintino: che era il luogo delle sue vacanze, credo da sempre. Berlinguer prendeva in affitto un appartamento mobiliato dietro il porto vecchio. Lì non arrivava mai un filo d’aria, a parte il levante che a Stintino è un vento sciagurato; e forse dal porto vecchio potevano levarsi dei miasmi.

Cose impensabili oggi, no? Non alludo solo alle Ville Certose. E ne parlo perché sono anche notizie sul personaggio politico. Comunque, a Stintino mi capitava di vederlo fuori dal suo contesto ufficiale: ricordo che al mare se la faceva molto con la tribù dei bambini. E ricordo che a me, apprendista del mondo della politica, le comuni origini sassaresi e stintinesi cagionavano qualche imbarazzo. Non faticavo dunque a impormi con Berlinguer rapporti scarsi e solo formali. Mai l’ho chiamato Enrico; nemmeno a pranzo dall’Assassino.
Il fratello invece lo chiamavo Giovanni; ed eravamo - siamo - vecchi amici; quando andavo a Roma capitava fosse ospitale con me. Così ricordo la forma di formaggio con i vermi che una volta Giovanni ebbe in regalo da qualcuno e subito divise col fratello segretario del partito.
Ho avuto un solo incontro politico con Berlinguer. Era il 1984, non so più se marzo o aprile, alla Camera dei deputati facevamo l’ostruzionismo contro il decreto sulla scala mobile. E a un certo punto a me parve d’aver individuato uno strumento per vincere. La trovata si basava sulla mia esperienza di lavoro parlamentare: ero presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio e m’ero ricordato che una norma del regolamento della Camera, l’articolo 18, imponeva l’iscrizione delle richieste d’autorizzazione scadute al primo punto dell’ordine del giorno dell’assemblea. Richieste d’autorizzazione scadute ce n’erano parecchie; ma ne bastava una: su di essa potevamo pretendere un dibattito senza limiti di tempo; un dibattito infinito: facendo parlare tutti i nostri deputati - che allora erano proprio tanti.
Ne discussi con Stefano Rodotà, capogruppo degli Indipendenti di sinistra, il quale studiò la questione e se ne convinse. Allora andammo da Berlinguer - c’era con noi anche Franco Bassanini. Berlinguer si fece spiegare e rispiegare tutto, mentre leggeva e rileggeva il regolamento. Sembrò persuaso dell’interpretazione che gliene offrivamo; e per un po’ tacque, come valutando l’opportunità d’una iniziativa: ma poi alla fine disse, con una specie di disperazione - sì, di contenuta disperazione e insieme di durezza -, che la presidente della Camera il lunedì successivo, vigilia della scadenza del decreto (mi pare capitasse proprio di lunedì), ci avrebbe messi a votare comunque: a torto o a ragione, qualsiasi cosa avessimo fatto. Berlinguer usò termini assai aspri: non disse «la presidente», neppure la chiamò per nome.
Ne ho un ricordo molto nitido. Mancavano un paio di mesi alla sua morte, Berlinguer sembrava ancora più piccolo e magro: stanchissimo, pallido anzi grigio in faccia - sfinito. Non mi sembrò un campione di scacchi che sta per perdere la partita decisiva e aspetta la grazia d’un ictus prima dell’ultima mossa - come doveva scrivere un segretario del partito successo al suo. Non mi sembrò nemmeno il giocatore di poker che, secondo la leggenda sassarese, era stato negli anni della giovinezza. Mi parve invece terribilmente stanco e terribilmente solo.

E ancora quella sua solitudine e quella sua stanchezza - una stanchezza mortale - mi paiono l’immagine di ciò che in quegli anni ’80 doveva capitare a tutti noi: l’eclisse dell’epoca nella quale eravamo vissuti, d’un mondo nel quale avevamo creduto; che non era un mondo da bere.
Ma sicuramente c’era una continuità fra quella solitudine stremata del personaggio e i luoghi centrali del suo progetto. Che nomi davamo a quei luoghi? Nomi forse non del tutto appropriati, certo datati: «questione morale», «austerità»... Luoghi, temi, proposte, che dunque avevano anche un retroterra umano peculiare: un retroterra fatto, anche, d’una biografia.
Che cosa ne resta? Voglio dire: resta qualcosa di quel progetto? Ed è possibile trarne qualche lezione per i nostri anni? Oppure è vero che Berlinguer va definitivamente dimenticato?
Capisco che l’affetto, l’affetto e la nostalgia - che poi non è nostalgia d’una persona -, possono farmi velo. E certo anch’io vedo i limiti delle analisi e dell’azione politica di Berlinguer. Del resto lui vivo eravamo molto insofferenti. Era intollerabile, per esempio, che le intuizioni del compromesso storico, giuste o sbagliate che fossero, trovassero attuazione in quei governi della solidarietà nazionale, e nelle quotidiane, estenuanti trattative sui divani di Montecitorio tra il povero Nando Di Giulio e Franco Evangelisti. Sì, questo è un limite certo, difficile anche oggi da accettare, della politica di Berlinguer.

Così come non sopportavamo che lo strappo dall’Unione Sovietica fosse assai poco uno strappo, per le lentezze con cui si compiva. Ma è sbagliato non tenere conto delle condizioni storiche date e del possibile: non si può pretendere che Berlinguer si tirasse fuori dal pelago come il barone di Münchausen, sollevandosi da sé per il codino; anche se è il gioco preferito da non pochi suoi critici: di sinistra o addirittura - è divertente - marxisti. A proposito di Unione Sovietica, per esempio, ricordo che quando lo strappo decisivo fu compiuto, toccò anche a me come a tanti altri andarlo a spiegare in giro. Lo feci con molto rispetto per le idee dei vecchi compagni - e poi non si trattava solo di vecchi. L’Unione Sovietica nell’immaginario di non poca parte della sinistra era percepita come un grande attore di liberazione e di giustizia: «E se la Russia ci dà il cannone rivoluzione, rivoluzione...», lo avevano cantato in parecchi; e io sapevo - so - che l’immaginario in politica è tanto. Usai quindi non pochi riguardi alla storia e non poche mediazioni, raccontando lo strappo nelle riunioni politiche; ma un vecchio, caro compagno mi mandò a dire che il suo voto me l’ero giocato per sempre. La realtà era che Enrico Berlinguer allo strappo doveva portarci tutto il partito. Lo fece. Avrebbe potuto farlo più rapidamente? Credo resti da dimostrare.
E circa il compromesso storico, non nego che l’operazione già come era stata pensata trascurasse importanti referenti sociali: non solo cattolici, anche socialisti, anche dell’estrema sinistra. Però lo stesso Pietro Ingrao (severo critico, si sa, del compromesso storico) deve ammettere che l’incontro Berlinguer-Moro, ove si fosse davvero realizzato - purtroppo i tempi erano quelli di Moro e della Dc, mentre alla fine si verificò la tremenda variante del sequestro e dell’assassinio di Moro - lo stesso Ingrao, dicevo, deve ammettere che quell’incontro avrebbe rappresentato in Italia la caduta della cortina di ferro. Ma del compromesso storico credo valga di più anche per l’oggi l’opzione di metodo. E ritengo siano ingenerose le critiche di quanti hanno sempre sottolineato le minacce alla democrazia italiana, i veleni che ne inquinano endemicamente l’aria, e insieme continuano a sostenere l’infondatezza delle preoccupazioni cilene di Berlinguer.

La piattaforma del vivere civile andava e va rafforzata, con opzioni condivise di regole essenziali e valori di fondo: al di là delle singole provenienze, delle singole storie. Tanto più oggi che le minacce assumono una pesante concretezza di rivincita sulla costituzione repubblicana; e i veleni antidemocratici lievitano dentro una grossa maggioranza parlamentare. Occorre un’alleanza vasta, quasi un nuovo fronte di liberazione nazionale, capace di mobilitare le coscienze, di estendere davvero la partecipazione; ma la si costruisce con meno fatica se ciascuno conserva la sua identità e si fa forte della sua memoria. Questa a me pare la lezione del compromesso storico di Berlinguer, anche negli insuccessi.
Una lezione che non si può concludere in se stessa, che resta monca senza l’altra intitolata un tempo alla questione morale. Io non sono fra quanti sostengono che non importa se chi governa è un corruttore o un ladro: che la politica non c’entra col codice penale. Ma la questione morale aveva, ha un’accezione più ampia. Assai più ampia: comprendendo quelle elementari esigenze e insieme altre, generali. La constatazione di Berlinguer riguardava il diffuso sviamento del potere, la sua occupazione per interessi di parte, privati. E si trattava - si tratta - di ricondurre il potere ai fini per i quali in democrazia è conferito: fini che s’identificano col bene comune, con ragioni collettive, individuate dalle leggi. Questa esigenza dal 1984 è cresciuta a dismisura, si è ingigantita. La crisi di senso che stiamo vivendo toglie agganci ideali e di valore alla politica; la quale dunque si avvita in se stessa: rischia di diventare mera tautologia, gioco autoreferenziale - quando non è mero gioco di poteri personali e di carriere.

Ma il lascito più importante di Berlinguer forse è l’austerità: intesa come nuova dimensione globale dei consumi, e quindi come nuova dimensione dei modi di produzione e dei modi di governo del pianeta. Mentre aumenta il rischio dell’ecosfera, mentre il mondo è sempre più devastato dalle disuguaglianze, non esiste ragionevole alternativa a un compromesso nuovo - storico nell’accezione più alta - per uno sviluppo sostenibile e un’equa distribuzione delle risorse mondiali. Solo così si può restituire la politica ai suoi fini più veri.
Ho cercato di mettere in fila, ricordando, le cose che mi sembrano più memorabili di Enrico Berlinguer, ma alla fine ho paura di non essere minimamente riuscito a evocarne la figura: che resta là, sorridente come nella fotografia stintinese che spiccava sulle pareti di non poche sedi di partito.
Si sa che le parole faticano a raccontare la vita. Allora per concludere provo a cercare il senso di questo mio discorso: il senso è che Berlinguer da vero uomo di stato sapeva guardare al futuro; e dunque, in qualche modo, quanto diceva e faceva può - può, chissà, è un’esigua speranza - non essere del tutto finito.


Da: La Nuova Sardegna di venerdì 05 giugno 2009

martedì 2 giugno 2009

Il ruolo dello Stato tra Regioni e Unione europea *.

di Aljs Vignudelli **
In apertura di questo lavoro, è preliminarmente necessario individuare il filo conduttore della riflessione. E tale filo conduttore sembra rappresentato, più che dal concetto, certo importante (pur tuttavia complementare), di "federalismo" -a torto od a ragione associato alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n.3 di revisione del Titolo V della Parte II della Costituzione -, da quello principale (e più strettamente giuridico) di "Stato". Infatti, mentre l'aggettivo "federale" - che segue il sostantivo "Stato"- indica, in sostanza, la scelta politica relativa alla distribuzione ed alle modalità d'esercizio del potere, il principio giuridico d'imputazione di quel potere necessita del concetto di ordinamento giuridico statale, che precede l'aggettivo "federale". E mentre l'opzione federale sembra oggi godere -come testimonia la suddetta riforma, nonché la "riforma della riforma" in atto- di una notevole popolarità, è la categoria dogmatica dello Stato ad essere considerata, più o meno fondatamente, in crisi. Tuttavia, a quest'ultimo riguardo, occorre innanzitutto ricordare che di Stato si può parlare in due accezioni: in senso storico, quale forma di struttura coercitiva che ha un inizio (databile attorno al XVI secolo) e (forse) una fine, magari prossima; in senso teorico-generale, invece, lo Stato può essere inteso quale risposta all'esigenza di ordine (= ordinato svolgimento della vita di relazione) che ogni gruppo sociale porta con sé (ubi societas, ibi jus). Ed allora esso viene ad essere concepito quale sinonimo del concetto di ordinamento giuridico o, più esattamente, quale apparato, legittimato. dallo stesso ordinamento giuridico all'uso della forza in vista dell'attuazione dei suoi (dell'ordinamento giuridico) comandi. Conseguentemente, se pure di crisi dello Stato sia possibile parlare, va chiarito che trattasi di crisi del concetto storico, non già di quello teorico-generale, e quindi che trattasi di crisi congiunturale e comunque non di crisi del diritto tout court: l'attuazione coattiva dei comandi, sintetizzabile nel termine "autorità", infatti, è imprescindibile per la pensabilità stessa di una dimensione giuridica, ed in questo senso la presenza di un soggetto monopolizzatore della forza legittima sarà sempre necessaria. Queste precisazioni sembrano importanti perché consentono, innanzitutto, d'evitare malintese ed assai diffuse identificazioni della c.d crisi dello Stato, che è apparato strumentale all'attuazione del diritto, con la crisi del diritto stesso: i due piani, pur contigui, non sono sovrapponibili; (queste precisazioni) consentono altresì di puntualizzare che la crisi medesima concernerà (eventualmente) la morfologia storica dello Stato, ma non certo la sua dimensione teorico-generale: improprî passaggi da un concetto all'altro rischiano infatti di mettere in moto un circolo vizioso per cui, sul presupposto di un'asserita crisi teorica di un modello organizzativo, si finisce -come il più delle volte in questi tempi accade (o tempora..)- coll'introdurre nel modello in questione esattamente quelle incoerenze che, esse. sì, ne determinano un' effettiva crisi, che finisce, nel nostro caso, col travolgere pure il diritto inteso come sistema ( ... o. mores). Se, quindi, lo Stato in quanto centro d'autorità si presenta quale soggetto indispensabile, ciò che potrà variare nel tempo sarà, semmai, l'individuazione dei meccanismi attraverso cui formare la decisione del soggetto monopolizzatore della forza; ed in questo senso, certamente, lo Stato appare oggi in crisi, ma è in crisi in quanto soggetto che decide in maniera autonoma ed autoreferenziale. L'isolamento del punto problematico è inoltre ulteriormente complicato, oggi, dal fatto che la riflessione relativa all'ordinamento statale in essere ed in divenire va incastonata nel più generale processo di strutturazione dell'ordinamento federale europeo, i cui esiti potranno e dovranno influire anche sul giudizio intorno al federalismo, per così dire, domestico. Ciò in quanto in ambedue questi fronti s'è determinata l'attuale crisi della categoria di Stato ut supra, della quale, in ultima analisi, è opportuno valutare se, ed in che termini, sia ipotizzabile una rilettura dogmaticamente adeguata. Il processo attualmente in corso è infatti fondamentalmente riconducibile ad una serie di tentativi di ridistribuire fra diversi centri quote del suddetto potere decisionale, rectius di sovranità, ovvero di quell'entità concettualmente indivisibile che entra necessariamente in crisi in corrispondenza di esperimenti di frazionamento. In simile quadro, il "federalismo" rappresenta il punto di torsione massimo rispetto al quale la nozione stessa di Stato rischia di sfaldarsi, e per spinte centrifughe (Regioni, Province e Comuni reclamano quote crescenti di sovranità dello Stato) e per spinte centripete (l'Unione Europea pretende di avocare a sé poteri decisionali da sempre statali al fine di poter completare la costruzione della propria soggettività giuridica). Salve le peculiarità dell'attuale contingenza storica, peraltro, va sottolineato che il diritto, come la storia, ciclicamente si trova ad affrontare problematiche consimili, ed allora per tentare di trovare una risposta adeguata ai quesiti odierni, può non essere inutile considerare le esperienze del passato. In questa chiave, si può recuperare, innanzitutto, l'esperienza giuridico-religiosa romana della res publica e della prima fase imperiale, in cui l'idea della convivenza di diverse realtà socio-culturali all'interno d'un medesimo contesto politico -che può dirsi intrinsecamente "federativo-municipale"- ha trovato una risposta particolarmente stimolante. In tale sistema s'assiste infatti alla progressiva estensione della cittadinanza romana a gruppi etnici organizzati in comunità politiche, con particolare riferimento a quelle preesistenti alla conquista e da Roma inglobate, fatta salva l'originaria struttura amministrativa. Così, i novi cives si trovano ad acquisire, al contempo, l'ulteriore natura (e ruolo) di soggetti federati e la categoria di sintesi per definire la peculiare posizione biunivoca de qua è quella di socius. Ne emergeva, sia sul piano culturale, sia concettualmente su quello politico-amministrativo, un grande modello storiografico di federalismo, che si fondava sull'innata tendenza della res publica romana a concepire il rapporto con gli "Stati" e le comunità attratti nella propria orbita prevalentemente in termini di societas piuttosto che di rapporto dominante-dominato. La variegata moltitudine di realtà politiche che componevano l'impero può essere rappresentata come un insieme di scatole cinesi inserite in un'organizzazione più ampia che, alla fine, s'identificava in una grande realtà polimorfa che si assumeva "condivisa", sia pure nell'àmbito dell'indiscussa supremazia imperiale di Roma. E, con particolare riferimento al già sottolineato aspetto multiculturale, può dirsi emblematica la presenza nei primi tre secoli dopo Cristo di imperatori di origine ispanica e africana (Antonini e Severi), per tacere dello straordinario apporto di competenze artistiche, scientifiche e letterarie derivanti con flusso pressoché ininterrotto dalla cultura greca, con intuibili rilevanti implicazioni anche di carattere politico. Su questo sfondo, nel corso dei secoli, si sono poi sviluppate numerose esperienze che, pur essendo tra loro assai diverse, sembrano tuttavia riconducibili a due macromodelli, l'uno caratterizzato dal progressivo trasferimento della sovranità ad un soggetto unitario (mentre a ciascun membro rimangono solo quote più o meno estese di autonomia) e l'altro incentrato sul mantenimento della stessa (sovranità) in capo ai singoli componenti. Il macromodello "unitario" risale ai secoli XI e XII, quando nacquero e si consolidarono le istituzioni comunali e monarchiche, le quali sorgevano in séguito ad un processo, o di disgregazione (come i comuni cittadini e rurali), o di aggregazione (come la monarchia normanna del Sud Italia, che raccoglieva ed univa un insieme di dominazioni differenti ed in contrasto fra di loro). I primi giuristi ad interessarsi a tale richiesta di «autonomia» furono i glossatori canonisti: nel Decretum di Graziano, in relazione al problema della conciliabilità fra ordinamento generale ed ordinamenti particolari, fra jus commune e jus proprium, si riconosce l'autosufficienza degli ordinamenti particolari gravitanti nell'orbita della Chiesa e dell'Impero in forza della loro idoneità a soddisfare le esigenze d'una vita giuridica e politica sempre più complessa. Tutto ciò coerentemente con l'elaborazione, nel corso del secolo XIII, nel contesto e per le esigenze, sembra, del diritto canonico, d'un "soggetto" nuovo, la persona giuridica (cioè la "persona ficta vel repræsentata") che s'aggiunge e sovrappone alla pluralità delle "persone fisiche" e che è dotata di una volontà ulteriore, prodotta (necessariamente) dai suoi rappresentanti. La costruzione teorica in discorso venne poi completata dalla riflessione di Madison (ne Il Federalista, 1788) e raffinata da quella, immediatamente successiva, di Kant (Per la pace perpetua, 1795), i quali configurano il "federalismo" come variante estrinseca dello Stato-ente (= persona giuridica) e, quindi, ne pongono come condizione necessaria l'organizzazione su base parlamentare-rappresentativa. Si riprendeva, così, la linea della monarchia inglese, la quale aveva creato e sviluppato l'ordinamento feudale-parlamentare-rappresentativo: il Parlamento inglese si costituisce infatti fondamentalmente per mezzo dell'inserimento dei rappresentanti dei Comuni (la futura Camera dei Comuni) nella Curia regis feudale e differisce dai Parlamenti precedenti proprio per il ricorso originario, e mai venuto meno, al divieto di mandato imperativo di tali rappresentanti, determinando la degradazione dei Comuni da enti "politici" a meri collegi elettorali "innestati" nel Model Parliament. Processo questo poi sviluppato, sul piano teorico, da Hobbes come necessario complemento dello Stato Leviatano ed agevolato, nella pratica, dalla mancata risorgenza dei Comuni inglesi dell'epoca. Il secondo macromodello -che potremmo definire "societario"- vede l'ordinamento giuridico semplicemente come la somma (non già la risultante) delle volontà individuali che confluiscono nel foedus e trova i suoi referenti teorici principali in Althusius all'inizio dell'evo moderno ed in Rousseau alla vigilia della epoca contemporanea. Althusius (Politica Methodice Digesta, 1603-1614) ricostruisce l' organizzazione dell'Impero in termini federativo-societarî, cioè attraverso un sistema di società ("consociationes") concentriche costruite pattiziamente, che conduce dalla pluralità dei singoli cittadini all'unità dell'Impero, montando attraverso le famiglie, le Città e le province. In una simile prospettiva, ogni Repubblica si regge su un contratto, in cui i membri sono non (soltanto) individui, bensì (anche) collettività caratterizzate dal sistema ascendente della formazione della volontà pubblica, dal consenso e dalla solidarietà, nonché dall'assenza dei connessi istituti della personalità giuridica e della rappresentanza. Infatti, sebbene il passaggio della volontà da un livello all'altro avvenga attraverso l'intermediazione di "rappresentanti", il sistema althusiano non è "rappresentativo" in senso tecnico (cioè nel senso "parlamentare" della parola), perché i rappresentanti -"Diener" e non "Herren" dei rappresentati (Weber)- sono soltanto i mezzi attraverso i quali la volontà di tutti i cittadini perviene al "centro" attraverso sintesi successive. Discorso, questo, che, nel XVIII secolo, viene ripreso da Rousseau nel Contrat social (1764) e nel Projet de Constitution pour la Corse (1764-5), in cui si perfeziona l'idea del contratto di società quale fondamento della res publica, definendolo il principio non soltanto necessario ma anche unico per la costituzione della stessa, tant'è vero che la traduzione concreta della teoria del contratto sociale pone capo ad una costituzione federativa fondata sulle "pievi" (piccole comunità). In sintesi, il modello federale althusiano e rousseauiano non si gioca (soltanto) sulla divisione delle competenze tra struttura federale e comunità federate, tra governo centrale e governi locali, ma sulla costruzione d'un processo di formazione della volontà pubblica, che parte dai cittadini -e dai corpi intermedî- nei Comuni ed ascende progressivamente ai livelli superiori. I due macromodelli federali testé delineati si mantengono alternativi sino ai giorni nostri, ed innervano fenomeni politici distinti, i quali si sviluppano in parallelo, a partire dal secolo XII: le federazioni repubblicane di comuni -sulla base dei municipî antichi- ed il nuovo istituto del Parlamento rappresentante della Nazione. Il Model Parliament, a cui s'ispira -in ultima analisi- il federalismo unitario di matrice americana, vede la luce nel 1294; nel 1291 era nata invece la Confederazione svizzera, col patto associativo di tre comunità rurali, Uri, Unterwalden e Schwyz (da cui viene l'attuale nome della Svizzera, poiché fu tale comunità ad essere investita della direzione di quel primo nucleo federativo), le quali ribadiscono, aggiungendovi una serie di clausole, un patto anteriore di data non precisata: "antiquam confederationis formam iuramento vallatam presentis innovando". Il modello confederale (o federale-societario), diversamente dal Model Parliament, non utilizza l'istituto della rappresentanza, essendo i deputati dei Cantoni vincolati da un mandato imperativo (com'avviene tutt'oggi per i delegati che votano nelle assemblee delle società di diritto privato) stabilito tramite referendum. Ma la storia fornisce altri esempi di federalismo "societario", come quello della costituzione neerlandese del 1579, di quelle tedesca ed elvetica del 1815, ed altre ancóra In tutti questi patti è presente la caratteristica dell'uguaglianza giuridica dei membri del foedus (assente, invece, nell'esperienza della res publica romana) e del principio dell'unanimità. Caratteristiche, queste, rinvenibili, al giorno d'oggi, proprio nell'organizzazione federale europea, sebbene essa, nel 2004, con la sottoscrizione da parte degli Stati membri di un nuovo Trattato Costituzionale, sembri aver mosso i primi passi verso l'introduzione d'un meccanismo decisorio maggioritario (anche se trattasi di doppie maggioranze particolarmente qualificate ed in non tutte le materie di competenza dell'Unione), e, quindi, verso un federalismo (maggiormente) "unitario". Coerentemente con questa linea di tendenza, potrebbe immaginarsi, in un prossimo futuro, un ulteriore potenziamento (già avviato con gli accordi di Maastricht nel 1992) della centralità dell'organo rappresentativo (il Parlamento Europeo), come esige il modello originario inglese e come testimonierebbe la recente prassi operativa degli organi comunitarî (si pensi all'inedito ruolo attivo "rivendicato" dal Parlamento Europeo in occasione di alcune nomine nella Commissione Barroso). Va da sé che, ove tale processo evolutivo seguisse la linea che sembra emergere dalle regolarità politicogiuridiche menzionate, si perverrà, prima o dopo, ad un depotenziamento del soggetto statale a vantaggio di quello europeo. Al movimento sovranazionale verso il modello parlamentare rappresentativo fa riscontro, sul fronte "domestico", l'analoga affermazione in favore del federalismo "unitario", declinabile negli anni più recenti, a partire dalla legislazione. c.d. Bassanini del 1997 (definita "federalismo a Costituzione invariata"), passando per la riforma costituzionale del 2001 (che accentua, non senza aporie, il ruolo politico-amministrativo degli enti territoriali), e culminante, ad oggi, nella "riforma della riforma" in itinere, ove per la prima volta è formalmente previsto un organo federale -il "nuovo" Senato rappresentativo delle Regioni-, nel quadro, però, d'un generale riassetto del sipario delle competenze legislativoamministrative che, a sua volta, sembra aggiungere ulteriori aporie alla vigente eparchia costituzionale (si pensi al. reinserimento della controversa clausola dell'interesse nazionale): la semplicità per alcuni è un dono, per altri un torto V'è quindi da chiedersi, rispetto al nostro filo conduttore, se sul fronte domestico sia cambiato qualcosa, e che cosa. Ammesso (per ora) che la revisione del 2001 abbia realmente modificato il quadro politico-normativo vigente, va sottolineato che il cambiamento non potrà che riguardare "soltanto" le modalità decisorie, e quindi coinvolgerà lo Stato come entità storica e non come categoria teorica (né, tantomeno, riguarderà il diritto in sé). In questo senso deporrebbero la nuova formulazione dell'art. 114 Cost. (in cui lo Stato non è più "nucleo" ma "elemento", insieme agli altri, della Repubblica), l'eliminazione del vincolo dell'interesse nazionale e la il fin troppo nota inversione del criterio attributivo delle competenze normative dell'art. 117 Cost. Discorso, questo, che ha indotto un apprezzabile subbuglio nel sistema delle fonti (Barbera, 2004), scatenando un'irrefrenabile foga interpretativa nella guerra di conquista per le competenze tra Stato e Regioni. Sinchisi, questa, ulteriormente propagata nel territorio degli enti locali, come nel caso della determinazione dei limiti della potestà statutaria e regolamentare, sovente con buona pace del principio di gerarchia, i cui sonni, insieme a quelli del principio di legalità, suo fiero sodale, vengono intrinsecamente turbati da fatali sospetti e cupi sentori: prudens futuri temporis exitum caliginosa nocte premit deus (!). Tuttavia, ad uno sguardo meno concentrato sulle suggestioni, può essere ridimensionata la stessa asserzione d'un effettivo cambiamento dei meccanismi di decisione, come testimoniano, al di là dei dati lessicali puramente estrinseci, il fatto che vi sia una competenza concorrente in cui la legge statale è pur sempre superiore a quella regionale (art. 117,. comma 3, Cost.), e (vi sia) un potere sostitutivo governativo in via amministrativa (art. 120 cost.), che la Corte. Costituzionale non ha esitato ad estendere, più o meno appropriatamente, anche al campo legislativo (sentenza 25. settembre 2003, n. 303). Questi dati normativi, in sostanza, sottintendono l'esistenza d'un potere statale di riappropriarsi, secondo opportunità, di funzioni (solo) formalmente sottrattegli, con un sostanziale rafforzamento del "centro" rispetto alle "periferie": quod commune cum alio est, destinit esse proprium(!). In un'ottica più ampia, il fenomeno in questione dev'essere altresì raffrontato con lo speculare andamento della vicenda comunitaria, il che consente, sembra, di trovare una spiegazione ulteriore tanto alle scelte legislative, quanto a quelle giurisdizionali, appena richiamate: si può dire, infatti, che il quadro normativo interno sembri tendere alla ricostituzione d'un soggetto nazionale (Stato) giuridicamente "forte", in grado di porsi con credibilità ed autorevolezza nel contesto europeo. E tale ricostituzione risulta tanto più indispensabile se si pensa che, invece, come detto, a livello sovranazionale lo Stato sta subendo un processo di progressiva "subordinazione" all'autorità politica dell'Unione Europea, tanto da assomigliare sempre di più ad un apparato amministrativo dotato di discrezionalità -piuttosto che di libertà- di decisione. Ed allora, l'esistenza e la stessa ragion d'essere dello Stato (nazionale) sarebbero in pericolo qualora il duplice fenomeno di "svuotamento" in corso non venisse, almeno in parte, arginato. Con ciò non si vuol dire, sia chiaro, che si condivida o si critichi ciò che sta avvenendo, ma si vuol soltanto "registrare" un dato, di cui s'intende proporre una valutazione giuridica: se la funzione storicamente svolta dallo Stato nazionale sino ad oggi venisse distribuita (in che modo ed in che proporzioni, non importa) tra altri livelli territoriali (nella specie, tra quello comunitario e quello regionale), si potrebbe benissimo fare a meno, in ipotesi, dell'apparato statale così come sino ad oggi esistito (ma non di un apparato statale tout court). Eppure, siccome, freudianamente o no, l'idea di "fare a meno" dello Stato nazionale cagiona acuti sussulti in molti giuristi -sebbene si parli sovente addirittura di "morte" dello Stato, senza tuttavia specificare bene se tali premonizioni si riferiscano al concetto giuridico od a quello storiografico- ecco che si pone il problema di "ritagliare un ruolo" allo Stato, e tale ruolo, stante la problematicità d'un intervento al livello comunitario, è stato attuato (dal legislatore costituzionale del 2001 e dalla Corte) sul piano domestico attraverso gli strumenti ricordati. Ma, giova rammentare ancóra una volta, la "preoccupazione" in parola non coglie interamente nel segno, in quanto la crisi, come detto in apertura, coinvolge il concetto storico -piuttosto che quello teorico- di Stato, inteso quale Stato nazionale. S'è visto come l'evoluzione normativa sembri prefigurare uno Stato europeo, e, per altro verso, delle Regioni-Stato; il che dimostra, a fortiori, come la categoria giuridica dello "Stato" goda, in realtà, di buona salute, per quanto ambedue le tipologie statali in formazione presentino numerosi profili problematici: si pensi, per quanto concerne la dimensione europea, al famigerato deficit di democraticità delle istituzioni comunitarie -rispetto al quale il sopra ricordato incremento dei poteri parlamentari si presenta come soluzione inadeguata, comportante, in ultima analisi, il rischio di trasformare la natura stessa dell'ordinamento comunitario da federativa in unitaria (Ortino)- e, per quanto riguarda quella regionale, all'assenza totale di un apparato giurisdizionale ed a quella, quasi totale, di un apparato coercitivo di pubblica sicurezza, se si eccettuano gli embrioni di polizie locali in via di (travagliata) formazione. Viceversa, ciò che sembra poco controvertibile è che lo Stato nazionale affronti, oggi, un mutamento radicale quanto al modo di formazione della sua volontà politica: quale che sia l'impatto quantitativo della riforma costituzionale e dell'evoluzione comunitaria, ne è indiscutibile la portata ideologica e, in una certa misura, l'incidenza qualitativa sulla sovranità nazionale. Ciò è determinato dal recepimento dell'identico principio federale sul versante sovranazionale e su quello domestico, di tipo "unitario" (e quindi rappresentativo). Schiacciato tra l'incudine europea ed il martello regionale, lo Stato nazionale ha finito così col perdere, prima, l'"esclusiva" della rappresentatività e, conseguentemente, vede attualmente minacciata pure la sua centralità nel processo decisionale, dato che le materie di competenza statale (a differenza di quelle regionali) sono, paradossalmente, quelle in prospettiva più permeabili dall'influenza del diritto europeo. Qualora, invece, le Regioni, o l'Europa, od entrambe sposassero il modello federale che s'è definito "societario", allora lo Stato nazionale avrebbe ancora un ruolo ed un significato ben definiti: certamente non sarebbe ipotizzabile un ritorno al "vecchio" Stato decisore, ma vi sarebbe comunque spazio per uno Stato mediatore, in grado di formare al suo interno una volontà politica "unitaria" da rappresentare, con mandato imperativo, in sede comunitaria, rivendicando in tal modo il ruolo decidente di socius all'interno dell'organizzazione federale europea (strutturata nei termini, coerenti col modello societario, di somma -e non risultante- delle volontà dei soggetti federati). Tutto ciò realizzerebbe, in ultima analisi, un'ibridazione del modello inglese e canonistico (retto dal principio di rappresentatività) con quello svizzero originario (basato sulla regola del mandato imperativo), ibridazione di cui non soffrirebbe certamente il contesto europeo, dato che la ri-proposizione di questo "altro" federalismo ("societario") potrebbe trovare spazio nel contesto sovranazionale in evoluzione, che pare comunque indifferente alla forma di governo adottata dai e nei singoli Stati appartenenti all'Unione. Allorché, per converso, tale soluzione non fosse ritenuta praticabile e/o non venisse effettivamente praticata, sembra inevitabile preconizzare, come detto, il passaggio della figura dello Stato nazionale dalle pagine della cronaca a quelle delle della storia delle istituzioni. In conclusione, tirando le vele del discorso, può dirsi che sia in relazione al diritto in sé, sia in relazione allo Stato in sé -cioè quale strumento coercitivo- sembra improprio parlare di crisi; la crisi concerne invece, più restrittivamente, quella specifica tipologia che si definisce Stato nazionale, sotto forma di rottura dei suoi tipici meccanismi decisorî. Questa più circoscritta crisi è stata determinata dalla contestuale azione, e dall'alto e dal basso, di "nuovi" soggetti istituzionali strutturati su base territoriale (Unione Europea e realtà locali), (azione) originata dalla scelta d'un modello organizzativo federale di tipo"unitario". Per altro verso, tale processo di crisi è in via di svolgimento con modalità tutt'altro che univoche, e non poche sono le perplessità sollevate -come in un romanzo gotico- dalle soluzioni che fendono l'orizzonte. Ed allora non può nemmeno escludersi che, nella polimorfa situazione di oggi, l'ipotesi di soluzione più praticabile sia, paradossalmente, quella che viene da più lontano: lo Stato nazionale odierno, infatti, si trova in una posizione simile a quella dell'"idea di Roma" al tempo della res publica e dell'imperium, nel senso che esso viene a rappresentare una sorta di principio identificativo condiviso da tutti i componenti dell'organizzazione stessa. Con la differenza, non inessenziale, che se, a quel tempo, Roma si poneva al di sopra delle realtà politiche esistenti al suo interno, lo Stato nazionale, oggi, si potrebbe trovare, più sobriamente, al centro di quel crocicchio.

(*) Il presente saggio rappresenta la relazione di apertura della terza giornata di seminarî, dedicata alla riforma del Titolo V della Costituzionale e tenuta a Modena, presso il Teatro San Carlo, il 21 febbraio 2005, i cui atti, denominati. Istituzioni e dinamiche del diritto (Stato multiculturale, Stato comunicante, Stato federale), saranno editati nella tarda primavera, a cura di Aljs Vignudelli e ad opera dei Tipi della Giappichelli.(**) Ordinario di Diritto Costituzionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

lunedì 1 giugno 2009

Il nuovo volto del potere

di Giuseppe D'Avanzo

IL "caso Berlusconi" svela da oggi anche altro e di peggio. Ci mostra il dispositivo di un sistema politico dove la menzogna ha, non solo, un primato assoluto, ma una sua funzione specifica. Distruttiva, punitiva e creatrice allo stesso tempo. Distruttiva della trama stessa della realtà; punitiva della reputazione di chi, per ostinazione o ingenuità o professione, non occulta i "duri fatti"; creatrice di una narrazione fantastica che nega eventi, parole e luoghi per sostituirli con una scena di cartapesta popolata di fantasmi, falsi amori, immaginari complotti politici. E' stato per primo Silvio Berlusconi a muovere. Si scopre vulnerabile nelle condizioni di instabilità provocate dalle parole della moglie ("frequenta minorenni", "non sta bene") e fragile per la sua presenza nella peggiore periferia di Napoli a una festa di compleanno di una minorenne. E' dunque costretto a mostrare, senza finzioni ideologiche, il suo potere nelle forme più spietate dell'abuso e della pura violenza. E' già un abuso di potere (come ha scritto qui Alexander Stille) in un pomeriggio di autunno telefonare, da un palazzo di Roma e senza conoscerla, a una ragazzina che sta facendo i compiti nella sua "cameretta" per sussurrarle ammirazione per "il volto angelico" e inviti a conservare la sua "purezza". E' un abuso di potere ancora maggiore imporre ai genitori della ragazza di confermare la fiaba di "una decennale amicizia" con il premier, nata invece soltanto sette mesi prima grazie a un book fotografico finito non si sa come sullo scrittoio presidenziale.
E' pura violenza pretendere che gli si creda quando dice: "Io non ho detto niente". Tutti abbiamo sentito Berlusconi dire, spiegare, raccontare in pubblico e soprattutto contraddirsi e mentire. Ora egli pretende che il potere delle sue parole sulla realtà e sui nostri stessi ricordi sia, per noi, illimitato e indiscusso. Esige che noi dimentichiamo ciò che ricordiamo e crediamo vero ciò che egli dice vero e noi sappiamo bugiardo. Non ha detto niente, no? Berlusconi chiede la nostra ubbidienza passiva, l'assuefazione a ogni manipolazione anche la più pasticciata. Reclama una sterilizzazione mentale (e morale) dell'intera società italiana. Già basterebbe questo atto di pura violenza per riproporre le dieci domande a cui il capo del governo non vuole dare risposta da più di due settimane perché, palesemente, non è in grado di farlo. Se lo facesse, potrebbe compromettere se stesso, rivelare abitudini e comportamenti in rumorosa contraddizione con il suo messaggio politico (Dio, patria, famiglia). C'è altro, però. Berlusconi sa che questa prova di forza non lo mette al sicuro dal potenziale catastrofico della "crisi di Casoria". Sa che spesso i fatti sono irriducibili e hanno la tendenza a riemergere. Sa che per distruggere quella realtà minacciosa, deve distruggere presto e nel modo più definitivo chi la può testimoniare. Anche in questo caso il premier ha deciso di muoversi con un canone di assoluta violenza. E' quel che accade in queste ore. Per raccontarlo bisogna ricordare che i giorni non sono passati inutilmente perché hanno offerto a chi ha voglia di sapere e capire qualche accenno di "verità". Veronica Lario dice a Repubblica che il premier "frequenta minorenni". Berlusconi nega dinanzi alle telecamere di Porta a porta di frequentare minorenni. Mente, ora è chiaro. Ci inganna intenzionalmente e consapevolmente, ben sapendo che cosa vuole deliberatamente nascondere. Ha frequentato la minorenne di Napoli come altre minorenni hanno affollato le sue feste e affollano i suoi weekend nella villa di Punta Lada in Sardegna. Dov'erano quelli che oggi minimizzano la presenza di ragazzine alla corte di un anziano potente di 73 anni quando quel signore negava di "frequentare minorenni"? Un secondo punto, fermo e indiscutibile, è l'inizio dell'amicizia con Noemi, la ragazza napoletana. La retrodatazione del legame tra il premier e la famiglia della ragazza al 1991 si è rivelata posticcia e contraddittoria. I suoi incontri con la minorenne, anche in assenza dei genitori, sono stati documentati (Villa Madama; Capodanno 2009 a Villa Certosa). L'inizio dell'affettuosa e paterna amicizia tra il capo del governo e la minorenne è stata testimoniata dall'ex-fidanzato della ragazza, confermato da una zia di Noemi, fissato nell'autunno del 2008. Contro questi "punti fermi", che lasciano il premier nudo con le sue bugie, si è scatenata una manovra utile a scomporre, ricomporre e confondere i fatti in un caleidoscopio mediatico di immagini false dove l'arma è la menzogna e gli armigeri sono i giornalisti stipendiati dal capo del governo, dimentichi di ogni deontologia professionale e trasformati in agenti provocatori; i corifei del leader, forti dell'immunità parlamentare e disposti a ogni calunnia. Buon'ultima Daniela Santanché che accetta di fare, nell'interesse del Capo, il lavoro sporco di diffamarne la moglie ("ha un compagno"). Chiunque, in questo affare, abbia portato il suo granellino di verità viene ora sottoposto a un pubblico rito di degradazione fabbricato con un violento uso della menzogna. Il primo assalto è toccato a Repubblica investita, dall'editore all'ultimo cronista che si è occupato del "caso", da un'onda di panzane. Prima il complotto politico (ma la polemica sulle veline è stata sollevata dal think tank di Gianfranco Fini). Poi la bubbola del pagamento del testimone (Gino Flaminio) che colloca la prima telefonata di Berlusconi a Noemi alla fine del 2008. L'accusa la grida in tv il ministro Bondi. Qualche giorno prima che un allegro commando di redattori del giornale della famiglia Berlusconi si scateni contro Flaminio allungandogli un paio di centoni "per l'incomodo" e realizzando la ridicola impresa di essere i soli a pagare l'ingenuo Gino. Che, anche se spaventato e intimorito, dice, ridice e conferma in tre occasioni di "non aver avuto un centesimo da Repubblica". Non è finita. Uguale trattamento viene inflitto al fotografo che ha immortalato, nell'aeroporto di Olbia, lo sbarco da un aereo di Stato delle ragazze (alcune, appaiono da lontano minorenni) invitate a allietare il fine settimana del presidente del consiglio. Infilato prima in una trappola dall'house organ di Casa Berlusconi, denunciato poi per truffa (improbabile reato) dall'avvocato del premier, la procura di Roma decide di sequestrare sia le immagini illegittime (scattate verso il patio di Villa Certosa) sia le foto legittime (raccolte in un luogo pubblico). Siamo solo all'interludio perché il colpo finale, la menzogna usata come manganello punitivo, viene riservato alla prima e più autorevole testimone dell'instabilità psicofisica del premier e dei suoi giorni con le minorenni: Veronica Lario. Daniela Santanché (non è un'amica della Lario, non frequenta la villa di Macherio) svela a Libero che "Veronica ha un compagno". E, se "Veronica ha un compagno", come possono essere attendibili i suoi rilievi al marito? Il cerchio ora è chiuso. Il pestaggio menzognero è completo, anche se non concluso. Ciascuno ha cominciato ad avere quel che si merita. Questo spettacolo nero ha il suo significato politico. Berlusconi vuole insegnarci che, al di fuori della sua verità, non ce ne può essere un'altra. Vuole ricordarci che la memoria individuale e collettiva è a suo appannaggio, una sua proprietà, manipolabile a piacere. Si scorge nella "crisi di Casoria" un uso della menzogna come funzione distruttiva del potere che scongiura l'irruzione del reale e oscura i fatti. Si misura l'impiego dei media sotto controllo diretto o indiretto del premier come fabbrica di menzogne punitive di chi non si conforma (riflettano tutti coloro che ripetono che ormai il conflitto d'interesse è stato "assorbito" dal Paese). E' il nuovo volto, finora nascosto, di un potere spietato. E' il paradigma di una macchina politica che intimorisce. C'è ancora qualcuno che può pensare che questa sia la trama di un gossip e non la storia di un abuso di potere continuato, ora anche violento, e quindi una questione che scrolla la nostra democrazia?
(1 giugno 2009)

The Clown’s Mask Slips

Berlusconi must answer allegations of womanising and questions about inappropriate behaviour. The quality of government is a not a private matter
The most distasteful aspect of Silvio Berlusconi’s behaviour is not that he is a chauvinist buffoon. Nor is it that he cavorts with women more than 50 years younger than himself, abusing his position to offer them jobs as models, personal assistants or even, absurdly, candidates for the European Parliament. What is most shocking is the utter contempt with which he treats the Italian public.
The ageing Lothario may find it amusing, or even perhaps daring, to act the playboy, boasting of his conquests, humiliating his wife and making comments that to many women are grotesquely inappropriate. He is not the first or the only one whose undignified behaviour is inappropriate to his office. But when legitimate questions are asked about relationships that touch on the scandalous and newspapers challenge him to explain associations that, at best, are puzzling, the clown’s mask slips. He threatens those newspapers and televisions stations that he controls, invokes the law to protect his “privacy”, issues evasive and contradictory statements and then melodramatically promises to resign if he is caught lying.
Mr Berlusconi’s private life is, of course, private. But as President Clinton found, scandal does not become high office. To his critics, Mr Berlusconi retorts that he still commands high popularity ratings, is very much in control of his Government and will not be intimidated by what he calls opposition attempts to smear him. Many may also say that Italy is not America: that the puritan ethic framing standards in the US has never dominated Italian public life, and that few Italians are shocked by womanising. This is patronising nonsense. Italians understand just as well as Americans what is and what is not acceptable. And like Americans, they regard a cover-up as contemptible.
Few media outlets in Italy are able to make this point without fear of retribution. But to its credit La Repubblica has continually raised questions about the Prime Minister’s relationship with the 18-year-old Noemi Letizia, whose birthday gift of a necklace was the pretext for Mrs Berlusconi’s divorce action. To most of these questions, on the lips of every bemused Italian voter, there has been no satisfactory answer. When and how did he meet her family? Did Mr Berlusconi ask for photographs from a model agency and initiate contact with Ms Letizia? What truth is there in reports that dozens of young women were invited to parties at his Sardinian villa?
Mr Berlusconi has promised to explain everything to parliament. But he can hardly have reassured his critics with his weekend injunction blocking publication of about 700 photographs purporting to show what went on at these parties. Nor is he helped by his hapless Foreign Minister, who attempted to defend his boss by pointing out that the age of consent in Italy was 14 — as if this were relevant.
Does it all matter? Some Italians will say no. Others will say it is no business of outsiders. But Italian voters, in the run-up to the European elections, ought to reflect on how their Government is run, on the candidates thought suitable for Strasbourg and on the level of prime ministerial candour during political and economic turmoil.
It concerns others too. Italy hosts the G8 meeting this year. Important discussions are taking place in that forum, where Western governments are pressing for greater co-operation in combating terrorism and international crime. Mr Berlusconi sees himself as a friend of Vladimir Putin. His country is an important member of Nato. It is also part of the eurozone, which is being tested by the global financial crisis. It is not only Italian voters who wonder what is going on. So do Italy’s nonplussed allies.

From The Times (June 1, 2009)