sabato 6 giugno 2009

Enrico Berlinguer, la grande lezione d’un uomo inattuale. Il ricordo di uno scrittore che il segretario del Pci volle candidare a Montecitorio

Salvatore Mannuzzu

Non sono mai stato iscritto a un partito politico. Nemmeno al Pci: il che dimostra quanto la mia vita sia stata sempre refrattaria a discipline simili; perché se lo fosse stata un po’ meno, a un certo punto (quando le cose cominciavano ad andare male) mi sarei arruolato.
Lo metto subito a verbale: non trovando altro incipit per dire dei miei rapporti con Enrico Berlinguer; e magari anche del colore di quegli anni. Ho solo fatto il deputato per tre legislature, eletto come indipendente nelle liste del Pci. A quel partito, insisto, ero molto vicino: ma sono diventato parlamentare senza il cursus honorum obbligatorio (o quasi) per gli iscritti; «nominato, non eletto», diceva per scherzo Luigi Spaventa di noi indipendenti di sinistra.
La mia candidatura e la mia elezione furono quindi (immagino) esito d’una scelta un po’ casuale; o se non casuale, fungibile. Però ero sardo ed ero sassarese, come Berlinguer; addirittura, d’estate passavo un mese a Stintino: che era il luogo delle sue vacanze, credo da sempre. Berlinguer prendeva in affitto un appartamento mobiliato dietro il porto vecchio. Lì non arrivava mai un filo d’aria, a parte il levante che a Stintino è un vento sciagurato; e forse dal porto vecchio potevano levarsi dei miasmi.

Cose impensabili oggi, no? Non alludo solo alle Ville Certose. E ne parlo perché sono anche notizie sul personaggio politico. Comunque, a Stintino mi capitava di vederlo fuori dal suo contesto ufficiale: ricordo che al mare se la faceva molto con la tribù dei bambini. E ricordo che a me, apprendista del mondo della politica, le comuni origini sassaresi e stintinesi cagionavano qualche imbarazzo. Non faticavo dunque a impormi con Berlinguer rapporti scarsi e solo formali. Mai l’ho chiamato Enrico; nemmeno a pranzo dall’Assassino.
Il fratello invece lo chiamavo Giovanni; ed eravamo - siamo - vecchi amici; quando andavo a Roma capitava fosse ospitale con me. Così ricordo la forma di formaggio con i vermi che una volta Giovanni ebbe in regalo da qualcuno e subito divise col fratello segretario del partito.
Ho avuto un solo incontro politico con Berlinguer. Era il 1984, non so più se marzo o aprile, alla Camera dei deputati facevamo l’ostruzionismo contro il decreto sulla scala mobile. E a un certo punto a me parve d’aver individuato uno strumento per vincere. La trovata si basava sulla mia esperienza di lavoro parlamentare: ero presidente della Giunta per le autorizzazioni a procedere in giudizio e m’ero ricordato che una norma del regolamento della Camera, l’articolo 18, imponeva l’iscrizione delle richieste d’autorizzazione scadute al primo punto dell’ordine del giorno dell’assemblea. Richieste d’autorizzazione scadute ce n’erano parecchie; ma ne bastava una: su di essa potevamo pretendere un dibattito senza limiti di tempo; un dibattito infinito: facendo parlare tutti i nostri deputati - che allora erano proprio tanti.
Ne discussi con Stefano Rodotà, capogruppo degli Indipendenti di sinistra, il quale studiò la questione e se ne convinse. Allora andammo da Berlinguer - c’era con noi anche Franco Bassanini. Berlinguer si fece spiegare e rispiegare tutto, mentre leggeva e rileggeva il regolamento. Sembrò persuaso dell’interpretazione che gliene offrivamo; e per un po’ tacque, come valutando l’opportunità d’una iniziativa: ma poi alla fine disse, con una specie di disperazione - sì, di contenuta disperazione e insieme di durezza -, che la presidente della Camera il lunedì successivo, vigilia della scadenza del decreto (mi pare capitasse proprio di lunedì), ci avrebbe messi a votare comunque: a torto o a ragione, qualsiasi cosa avessimo fatto. Berlinguer usò termini assai aspri: non disse «la presidente», neppure la chiamò per nome.
Ne ho un ricordo molto nitido. Mancavano un paio di mesi alla sua morte, Berlinguer sembrava ancora più piccolo e magro: stanchissimo, pallido anzi grigio in faccia - sfinito. Non mi sembrò un campione di scacchi che sta per perdere la partita decisiva e aspetta la grazia d’un ictus prima dell’ultima mossa - come doveva scrivere un segretario del partito successo al suo. Non mi sembrò nemmeno il giocatore di poker che, secondo la leggenda sassarese, era stato negli anni della giovinezza. Mi parve invece terribilmente stanco e terribilmente solo.

E ancora quella sua solitudine e quella sua stanchezza - una stanchezza mortale - mi paiono l’immagine di ciò che in quegli anni ’80 doveva capitare a tutti noi: l’eclisse dell’epoca nella quale eravamo vissuti, d’un mondo nel quale avevamo creduto; che non era un mondo da bere.
Ma sicuramente c’era una continuità fra quella solitudine stremata del personaggio e i luoghi centrali del suo progetto. Che nomi davamo a quei luoghi? Nomi forse non del tutto appropriati, certo datati: «questione morale», «austerità»... Luoghi, temi, proposte, che dunque avevano anche un retroterra umano peculiare: un retroterra fatto, anche, d’una biografia.
Che cosa ne resta? Voglio dire: resta qualcosa di quel progetto? Ed è possibile trarne qualche lezione per i nostri anni? Oppure è vero che Berlinguer va definitivamente dimenticato?
Capisco che l’affetto, l’affetto e la nostalgia - che poi non è nostalgia d’una persona -, possono farmi velo. E certo anch’io vedo i limiti delle analisi e dell’azione politica di Berlinguer. Del resto lui vivo eravamo molto insofferenti. Era intollerabile, per esempio, che le intuizioni del compromesso storico, giuste o sbagliate che fossero, trovassero attuazione in quei governi della solidarietà nazionale, e nelle quotidiane, estenuanti trattative sui divani di Montecitorio tra il povero Nando Di Giulio e Franco Evangelisti. Sì, questo è un limite certo, difficile anche oggi da accettare, della politica di Berlinguer.

Così come non sopportavamo che lo strappo dall’Unione Sovietica fosse assai poco uno strappo, per le lentezze con cui si compiva. Ma è sbagliato non tenere conto delle condizioni storiche date e del possibile: non si può pretendere che Berlinguer si tirasse fuori dal pelago come il barone di Münchausen, sollevandosi da sé per il codino; anche se è il gioco preferito da non pochi suoi critici: di sinistra o addirittura - è divertente - marxisti. A proposito di Unione Sovietica, per esempio, ricordo che quando lo strappo decisivo fu compiuto, toccò anche a me come a tanti altri andarlo a spiegare in giro. Lo feci con molto rispetto per le idee dei vecchi compagni - e poi non si trattava solo di vecchi. L’Unione Sovietica nell’immaginario di non poca parte della sinistra era percepita come un grande attore di liberazione e di giustizia: «E se la Russia ci dà il cannone rivoluzione, rivoluzione...», lo avevano cantato in parecchi; e io sapevo - so - che l’immaginario in politica è tanto. Usai quindi non pochi riguardi alla storia e non poche mediazioni, raccontando lo strappo nelle riunioni politiche; ma un vecchio, caro compagno mi mandò a dire che il suo voto me l’ero giocato per sempre. La realtà era che Enrico Berlinguer allo strappo doveva portarci tutto il partito. Lo fece. Avrebbe potuto farlo più rapidamente? Credo resti da dimostrare.
E circa il compromesso storico, non nego che l’operazione già come era stata pensata trascurasse importanti referenti sociali: non solo cattolici, anche socialisti, anche dell’estrema sinistra. Però lo stesso Pietro Ingrao (severo critico, si sa, del compromesso storico) deve ammettere che l’incontro Berlinguer-Moro, ove si fosse davvero realizzato - purtroppo i tempi erano quelli di Moro e della Dc, mentre alla fine si verificò la tremenda variante del sequestro e dell’assassinio di Moro - lo stesso Ingrao, dicevo, deve ammettere che quell’incontro avrebbe rappresentato in Italia la caduta della cortina di ferro. Ma del compromesso storico credo valga di più anche per l’oggi l’opzione di metodo. E ritengo siano ingenerose le critiche di quanti hanno sempre sottolineato le minacce alla democrazia italiana, i veleni che ne inquinano endemicamente l’aria, e insieme continuano a sostenere l’infondatezza delle preoccupazioni cilene di Berlinguer.

La piattaforma del vivere civile andava e va rafforzata, con opzioni condivise di regole essenziali e valori di fondo: al di là delle singole provenienze, delle singole storie. Tanto più oggi che le minacce assumono una pesante concretezza di rivincita sulla costituzione repubblicana; e i veleni antidemocratici lievitano dentro una grossa maggioranza parlamentare. Occorre un’alleanza vasta, quasi un nuovo fronte di liberazione nazionale, capace di mobilitare le coscienze, di estendere davvero la partecipazione; ma la si costruisce con meno fatica se ciascuno conserva la sua identità e si fa forte della sua memoria. Questa a me pare la lezione del compromesso storico di Berlinguer, anche negli insuccessi.
Una lezione che non si può concludere in se stessa, che resta monca senza l’altra intitolata un tempo alla questione morale. Io non sono fra quanti sostengono che non importa se chi governa è un corruttore o un ladro: che la politica non c’entra col codice penale. Ma la questione morale aveva, ha un’accezione più ampia. Assai più ampia: comprendendo quelle elementari esigenze e insieme altre, generali. La constatazione di Berlinguer riguardava il diffuso sviamento del potere, la sua occupazione per interessi di parte, privati. E si trattava - si tratta - di ricondurre il potere ai fini per i quali in democrazia è conferito: fini che s’identificano col bene comune, con ragioni collettive, individuate dalle leggi. Questa esigenza dal 1984 è cresciuta a dismisura, si è ingigantita. La crisi di senso che stiamo vivendo toglie agganci ideali e di valore alla politica; la quale dunque si avvita in se stessa: rischia di diventare mera tautologia, gioco autoreferenziale - quando non è mero gioco di poteri personali e di carriere.

Ma il lascito più importante di Berlinguer forse è l’austerità: intesa come nuova dimensione globale dei consumi, e quindi come nuova dimensione dei modi di produzione e dei modi di governo del pianeta. Mentre aumenta il rischio dell’ecosfera, mentre il mondo è sempre più devastato dalle disuguaglianze, non esiste ragionevole alternativa a un compromesso nuovo - storico nell’accezione più alta - per uno sviluppo sostenibile e un’equa distribuzione delle risorse mondiali. Solo così si può restituire la politica ai suoi fini più veri.
Ho cercato di mettere in fila, ricordando, le cose che mi sembrano più memorabili di Enrico Berlinguer, ma alla fine ho paura di non essere minimamente riuscito a evocarne la figura: che resta là, sorridente come nella fotografia stintinese che spiccava sulle pareti di non poche sedi di partito.
Si sa che le parole faticano a raccontare la vita. Allora per concludere provo a cercare il senso di questo mio discorso: il senso è che Berlinguer da vero uomo di stato sapeva guardare al futuro; e dunque, in qualche modo, quanto diceva e faceva può - può, chissà, è un’esigua speranza - non essere del tutto finito.


Da: La Nuova Sardegna di venerdì 05 giugno 2009

Nessun commento: