sabato 18 luglio 2009

Obama scuote i neri ”Non avete più scuse”

Essere poveri non è una scusa per prendere brutti voti a scuola»: Barack Obama striglia la comunità afroamericana intervenendo alla serata del centenario della Naacp, l’associazione protagonista delle battaglie per i diritti civili e contro la segregazione.

Di fronte ad un pubblico di veterani delle campagne di Martin Luther King, come John Lewis, e di giovani attivisti che lo accoglie in un hotel di Midtown Manhattan come l’incarnazione del riscatto collettivo, Obama risponde pronunciando un discorso duro, che mira a mettere in evidenza i problemi che affliggono gli afroamericani: disgregazione famigliare e carenza di istruzione. Rivolgendosi ai genitori dice: «Mettete via i videogiochi, aiutate i vostri figli a fare i compiti e mandateli a letto ad un’ora ragionevole». E rivolgendosi ai figli aggiunge: «Crescere in quartieri poveri non è una giustificazione per prendere brutti voti a scuola, nessuno ha già scritto il vostro destino per voi, lì fuori ci sono molti altri Barack Obama che un giorno potranno diventare presidenti».

I 45 minuti di discorso sono una declinazione in chiave nazionale del testo pronunciato il 12 luglio ad Accra, in Ghana, destinato agli africani: ora come allora punta sulla frase «prendere il destino nelle vostre mani» per incalzare le nuove generazioni a mettere da parte il vittimismo del passato ed ora come allora ripete, in un crescendo di emozione, la frase «basta scuse! basta scuse!». Obama interpreta la propria missione di leader afroamericano con l’impegno a far emergere quella che nel discorso di Selma, in Alabama, pronunciato il 4 marzo 2007 definì la «Generazione del Giosuè» ovvero quei giovani eredi dei «Mosè» che confissero la segregazione a cui ora spetta costruire la nuova vita nella Terra Promessa degli Stati Uniti d’America. E’ per questo che Obama sottolinea: «Vi voglio vedere diventare ingegneri e scienziati, dottori e insegnanti, non solo sportivi e ballerini».

L’esempio a cui si richiama è quello della sua storia perché «devo tutto a mia madre che mi fece studiare» e della parallela vicenda della moglie Michelle, nata nei quartieri poveri del South Shore di Chicago e divenuta un avvocato di punta. «Tutte le migliori riforme che il governo potrà fare non consentiranno ai nostri figli di entrare nella Terra Promessa - sono le parole del presidente - senza prima avere una nuova mentalità e dei nuovi comportamenti capaci di emanciparci dalla sensazione di essere limitati, frutto delle discriminazioni subite in passato». L’estrema e più importante vittoria che Obama cerca è quella sull’eredità della segregazione che «fa crescere i nostri figli in quartieri dove il tasso di criminalità è più alto» e in case dove «i genitori prestano poca attenzione all’istruzione, non leggono libri ai figli e disertano gli incontri con gli insegnanti nelle scuole». Mettere a nudo ferite della comunità afroamericana serve a schiudere le porte ad un futuro migliore: «Voglio che i nostri figli non aspirino tutti a diventare campioni di basket ma vogliano anche essere giudici della Corte Suprema e presidenti degli Stati Uniti».
MAURIZIO MOLINARI
Corrispondente da New York
La Stampa, 18/7/2009

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