giovedì 17 dicembre 2009

Qualche idea sulla Sardegna di oggi

di Guido Melis

Dimenticare Renato Soru? La Sardegna progressista (e forse non solo quella) vive da quasi un anno la sindrome dolorosa della perdita del padre. Un padre discusso, forse, e persino qualche volta contestato. Ma al tempo stesso moGrassettolto amato, e sentito da una parte del popolo del centrosinistra come l'espressione più autentica di un'altra Sardegna, autonomista in modo concreto e incisivo (non sterile e inutilmente rivendicativo), moderna, protagonista in prima persona. Soprattutto a schiena dritta.
L'eredità di Soru, caduto - lo si dice qui per inciso - anche per effetto del fuoco amico al quale è stato a lungo sottoposto nel corso della legislatura dai partiti della sua maggioranza - è di quelle ingombranti.
Ne costruiscono parti essenziali la politica di riappropriazione delle risorse fiscali che lo Statuto vigente assegna alla Regione sarda (e che lo Stato aveva a lungo omesso di versare nelle casse sarde), la difesa intransigente delle coste e in generale dei beni naturali ed ambientali, la contestazione attiva dell'occupazione militare dell'isola, la semplificazione amministrativa e istituzionale con la soppressione degli enti regionali inutili e il disboscamento della giungla della formazione professionale, la moralizzazione e ristrutturazione della sanità pubblica, il forte intervento in materia di scuola e in generale di cultura (con un investimento in formazione che non ha l'eguale nei decenni precedenti), l'intera partita dell'urbanistica (in chiave antispeculativa), la modernizzazione degli assetti comunicativi, l'immagine stessa della Sardegna (che con Soru ha avuto una tantum l'onore delle prime pagine nazionali e dei servizi nelle tv che contano).
Non è un patrimonio poco rilevante. Si tratta quindi di decidere cosa ne faremo, di quell'eredità. Se ce la lasceremo alle spalle in nome di più vaste alleanze (come vorrebbe forse chi ha vinto di misura le recenti primarie nel Pd regionale), o se ne facciamo viceversa la base per riprendere il discorso, e per portarlo avanti con vecchie e nuove aggregazioni.
Il riformismo di Soru ha avuto due segni, apparentemente contrastanti tra loro. Ha goduto, specie in certi momenti della legislatura, di un consenso visibile, di piazza, caldo e entusiasta. Ma al tempo stesso si è alienato una ad una tutte le roccaforti del potere che contano, tutte le corporazioni, gli interessi forti e quelli meno forti. Ha avuto contro - tutti insieme - i sindaci dei comuni costieri espropriati dell'uso discrezionale degli strumenti urbanistici, la piccola edilizia implicata nelle costruzioni selvagge, i baroni della medicina espropriati dalla riforma sanitaria, gli architetti sardi seccati del ricorso nelle gare ai grandi nomi dell'élite professionale internazionale, le migliaia di clientes gravitanti sulla torta della formazione professionale, i maddalenini dispiaciuti di perdere la rendita di posizione rappresentata dai militari americani di stanza nella base, gli agricoltori a torto o a ragione convinti di essere stati abbandonati. E poi l'indotto della politica isolana, quel vasto mondo nascosto nel quale candidature e voti si scambiano con favori e prebende, tagliato fuori dalla vena moralizzatrice del leader. E i sindacati, persino, spiazzati dalle politiche di vertice della Regione, privati del loro potere di contrattazione.
Ecco, le politiche di vertice: e dunque l'elitismo di Soru, il suo modo personalistico di guidare la Giunta, il suo cattivo carattere (anche questo si è detto, in un continuo tam tam delegittimante proveniente spesso da ambienti che avrebbero dovuto essergli amici). Insomma, un riformismo di minoranza, d'avanguardia, in splendido isolamento. In realtà, se qualche volta così è stato (o è sembrato essere) la colpa più che di Soru sta nei partiti della sua coalizione. Che avrebbero dovuto - loro sì - costruire consenso, creare un'opinione stabile pro-riforme, spiegare ai ceti temporaneamente colpiti (non esiste riformismo che non colpisca qualcuno) i vantaggi che sarebbero derivati dalle razionalizzazioni. Chiusi in Consiglio regionale e legati a prospettive miopi di bassa lottizzazione, i partiti di centrosinistra hanno viceversa per lo più scavato la propria fossa. Questo per il passato. Ma il punto, ora, è un altro: quelle politiche, quella spinta riformista, sono ancora valide? E, soprattutto, possono riprendere fiato ed essere riproposte, sia pure sotto altre forme e in tempi diversi?
La risposta a questa domanda non può che essere affermativa. Sì, sono validissime. E vanno riprese con coraggio e al tempo stesso con capacità di innovarne modalità e linguaggio. Validissime perché la Sardegna non può più andare a traino di politichette rivendicative come avveniva nel passato pre-Soru. Non può più affidarsi (come si è illusa di fare nel disastroso esordio della giunta Cappellacci) alla mediazione di un ceto politico prono ai desideri del Governo centrale, nell'illusione di riceverne in cambio chissà quali benefici. Se questa è stata la scelta sventurata degli elettori che in febbraio hanno votato per il centro-destra, è già fallita miseramente: lo dicono la crisi della chimica di Porto Torres (per non parlare dell'intera filiera sarda), la chiusura dell'Euroallumina, la soppressione del G8 alla Maddalena e di tutte le opere programmate (compresa la strada della morte, la Sassari-Olbia), il Piano casa della Giunta che cementifica di nuovo l'isola e tutte le scelte lottizzatorie in atto nella sanità e negli enti regionali. A distanza di pochi mesi persino un'autorevole personalità della maggioranza come il senatore Beppe Pisanu dice senza peli sulla lingua che Cappellacci è inadeguato, che ci vuol altro.
Validissima, la ricetta Soru, perché corrisponde a un'idea di Sardegna più che mai attuale. Il mondo che verrà, quando questa immensa crisi finanziaria e produttiva su scala mondiale sarà passata, potrebbe essere molto diverso da quello che abbiamo alle spalle. La scena internazionale non sarà più monopolizzata da un solo grande paese, ma vi giostreranno nuovi protagonisti emergenti: la Cina, che cresce ad un ritmo che è il triplo degli altri, l'India, forse il Brasile, certamente la Corea del Sud. Il Mediterraneo sarà sempre più attraversato dal grande flusso migratorio che già lo caratterizza. Continueranno ad arrivare gli immigrati.
La popolazione demograficamente in affanno della vecchia Italia - qualunque muro pretendano di erigere quelli della Lega - è destinata a innovarsi con forze fresche, inclusioni comunitarie (già succede coi romeni) ed extracomunitarie. Il Nord Africa, la stessa Africa sahariana busseranno alle nostre porte e non potremo ignorarlo. E' troppo avveniristico pensare che la Sardegna, ponte ideale tra i due mondi, potrebbe assumere in tutto ciò una sua funzione specifica? Diventare il traghetto dello sviluppo che verrà? E' troppo ottimistico supporre che, invece di subire il processo in atto, ne potrebbe essere parte integrante, e non solo come terra di accoglienza?
Viviamo l'epoca delle grandi reti, un'età della globalizzazione nella quale non contano tanto le riserve di risorse materiali quanto l'accumulazione in termini di intelligenza, di ricerca, di innovazione, di fantasia creativa. E se puntassimo lì, su quel terreno inedito, tutte le nostre carte? Se rovesciassimo le nostre debolezze storiche (a cominciare dall'insularità) in punti di forza? Se concentrassimo le risorse finanziarie pubbliche in un Piano di Rinascita delle intelligenze, puntando sulla rivitalizzazione dei due atenei isolani e sul potenziamento o nuovo radicamento di centri di ricerca di eccellenza?
Si sente più che mai il bisogno di una riflessione sui compiti della politica in Sardegna (parlo naturalmente della politica riformista) e sugli orizzonti dei prossimi anni. Partiamo da Soru, naturalmente. Mettiamo a frutto la sua lezione, che è stata quella di non temere di pensare e di progettare in grande. E aggiungiamoci pure tutta la tattica che pensiamo necessaria, tutta la politica delle alleanze che riteniamo indispensabile. Lavoriamo a ricostruire un blocco non solo di sigle di partito (che non resisterebbe alle prime contraddizioni) ma di pezzi vivi e vitali della società sarda.
Si vince non aggregando alla rinfusa chi sta contro la destra, magari in base a qualche promessa di spartizione futura, ma mettendo insieme razionalmente gli interessi sociali progressisti, le forse vive della Sardegna del futuro. Consorziandoli e cementandoli intorno a un progetto alto e condiviso di trasformazione della realtà.
17 Dicembre 2009

Stefano Cucchi, parla la sorella: Mio fratello. Chi era e cosa vogliamo

Mio fratello aveva un trascorso in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Poi ne era uscito riabilitato, lavorava ed aveva tanta voglia di vivere. Va bene essere puniti se si commettono degli errori, ma in uno stato di diritto i propri errori non si pagano con la vita. Stefano era un ragazzo di 31 anni. Un ragazzo normalissimo. La notte tra il 15 e il 16 ottobre è stato arrestato, perché trovato in possesso di una piccola quantità di sostanze stupefacenti. Dopo aver perquisito la sua stanza non trovandovi nulla, i Carabinieri lo accompagnarono fuori casa. Era in ottime condizioni di salute, senza alcun segno sul viso, e non lamentava alcun tipo di dolore. Quando l’abbiamo rivisto morto, all’obitorio, il 22 ottobre, mio fratello aveva il viso completamente tumefatto e pieno di segni. Il corpo, invece, non abbiamo potuto vederlo. Adesso ci aspettiamo una serie di risposte. Ci aspettiamo si faccia chiarezza. Ci aspettiamo ci spieghino con precisione i motivi delle percosse e della morte. Vogliamo che lo Stato ci spieghi come è potuto accadere che mio fratello sia stato consegnato alle istituzioni in condizioni di salute ottima e ci sia stato restituito morto. Vogliamo giustizia e pretendiamo di sapere chi sono i responsabili di questa morte che ci sembra assurda ed inspiegabile. Ma c’è di più: abbiamo intrapreso la nostra battaglia legale anche perché vogliamo che in futuro non accadano più fatti simili ad altri ragazzi come Stefano. Dopo la sua morte, i miei genitori ed io abbiamo deciso di diffondere le foto del cadavere, proprio per sensibilizzare l’opinione pubblica ed evitare che possa calare il sipario sulla negligenza che l’ha ucciso. Le immagini sono tremende: guardarle e diffonderle è stata un’ulteriore sofferenza. Però abbiamo pensato che mostrarle potesse servire a trovare delle risposte. Mio fratello aveva un trascorso in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Ne era uscito riabilitato. Lavorava ed aveva tanta voglia di vivere. Noi non abbiamo mai negato i suoi problemi di droga: da questo punto di vista, ci siamo sempre comportati con sincerità nei confronti delle istituzioni. E va bene essere puniti se si commettono degli errori, ma in uno Stato di diritto gli errori non si pagano con la vita. Nei nostri confronti, invece, non ci sono state né chiarezza, né sincerità. Non ci è stata concessa la possibilità di vedere Stefano mentre stava morendo. Quando siamo stati informati che era stato ricoverato d’urgenza presso la struttura del Sandro Pertini, i miei genitori si sono immediatamente recati sul posto chiedendo di vederlo, ottenendo soltanto risposte negative. Alla richiesta di sapere, almeno, per quale motivo fosse stato ricoverato, la risposta era sempre la stessa: non preoccuparsi, perché il ragazzo era tranquillo. Siamo stati informati della sua morte solo svariate ore dopo. Naturalmente, fino a quel momento, non potevamo assolutamente immaginare in che condizioni versasse: alle nostre continue richieste, non solo ci negavano di parlare con lui, ma ci facevano intendere che tutto era sotto controllo. Ed il modo in cui abbiamo saputo del tragico epilogo è la dimostrazione plateale del fatto che siamo stati trattati con totale mancanza di umanità: mia madre non ha ricevuto la notizia della morte, ma dell’esecuzione dell’autopsia. Il sentimento che provo è sofferenza. Soffro ogni volta che devo rivivere la violenza che mio fratello ha subito, ora ascoltando le parole del testimone durante l’incidente probatorio, ora venendo a conoscenza dei risultati dell’autopsia successiva alla riesumazione. Soffro all’idea di una violenza gratuita, perpetrata a danno di un ragazzo indifeso, che aveva un corpo così esile. Adesso, tutti pensano che fosse così magro per via della droga, ma non è vero. È sempre stato magro, alto come me, un metro e sessanta, pesava meno di 50 chili. Da quando è morto Stefano, la mia vita è cambiata completamente. Perché sono continuamente alla ricerca di risposte per la morte di un fratello più giovane, perché non si è trattato di una disgrazia, della quale ci si può fare una ragione, perché voglio far sapere a tutti che i miei genitori ed io non ci accontenteremo di mezze verità. Valerio, mio figlio, di sette anni, il nipotino di Stefano, non capiva. Gli abbiamo raccontato che lo zio è morto perché il mondo è pieno di gente buona, ma ogni tanto s’incontra pure qualche cattivo. Gli abbiamo detto che a Stefano è successo proprio questo, che qualcuno gli ha fatto del male. Devo dire, però, che in questa situazione di grande dolore stiamo fortunatamente trovando moltissima solidarietà, la vicinanza ed il sostegno da parte di tutti. E la politica non si è disinteressata al problema, ma è stata molto partecipe. Da questo punto di vista, voglio ringraziare soprattutto Luigi Manconi, coordinatore del “Comitato per la verità su Stefano Cucchi”, composto da parlamentari della Maggioranza e dell’Opposizione. Ne fanno parte Rita Bernardini, Emma Bonino, Stefano Ceccanti, Anna Paola Concia, Marcello De Angelis, Silvia Della Monica, Renato Farina, Paola Frassinetti, Guido Galperti, Guido Melis, Flavia Perina, Melania Rizzoli, Walter Tocci e Jean-Leonard Touadi. Questo Comitato non intende interferire con le indagini dell’Autorità Giudiziaria, né con le eventuali inchieste parlamentari o amministrative già in atto, ma si prefigge esclusivamente il fine di ottenere la verità, volendo chiarire in modo certo le circostanze della tragica fine di Stefano. Si propone attività come l’apertura di un blog, una visita al padiglione detenuti dell’ospedale Pertini e la richiesta di effettuare un’indagine conoscitiva sulle frequenti morti di detenuti nelle carceri italiane. Ringrazio tutti quelli che vi hanno aderito e ci sono stati vicini nella ricerca della verità.
Ilaria Cucchi
17 Dicembre

sabato 12 dicembre 2009

Io, nero italiano e la mia vita ad ostacoli

di PAP KHOUMA

Sono italiano e ho la pelle nera. Un black italiano, come mi sono sentito dire al controllo dei passaporti dell'aeroporto di Boston da africane americane addette alla sicurezza. Ma voi avete idea di cosa significa essere italiano e avere la pelle nera proprio nell'Italia del 2009? Mi capita, quando vado in Comune a Milano per richiedere un certificato ed esibisco il mio passaporto italiano o la mia carta d'identità, che il funzionario senza neppure dare un'occhiata ai miei documenti, ma solo guardandomi in faccia, esiga comunque il mio permesso di soggiorno: documento che nessun cittadino italiano possiede. Ricordo un'occasione in cui, in una sede decentrata del Comune di Milano, una funzionaria si stupì del fatto che potessi avere la carta d'identità italiana e chiamò in aiuto altre due colleghe che accorsero lasciando la gente in fila ai rispettivi sportelli. Il loro dialogo suonava più o meno così. "Mi ha dato la sua carta d'identità italiana ma dice di non avere il permesso di soggiorno. Come è possibile?". "Come hai fatto ad avere la carta d'identità, se non hai un permesso di soggiorno... ci capisci? Dove hai preso questo documento? Capisci l'italiano?". "Non ho il permesso di soggiorno", mi limitai a rispondere. Sul documento rilasciato dal Comune (e in mano a ben tre funzionari del Comune) era stampato "cittadino italiano" ma loro continuavano a concentrarsi solo sulla mia faccia nera, mentre la gente in attesa perdeva la pazienza. Perché non leggete cosa c'è scritto sul documento?", suggerii. Attimo di sorpresa ma.... finalmente mi diedero del lei. "Lei è cittadino italiano? Perché non l'ha detto subito? Noi non siamo abituati a vedere un extracomunitario...". L'obiezione sembrerebbe avere un qualche senso ma se invece, per tagliare corto, sottolineo subito che sono cittadino italiano, mi sento rispondere frasi del genere: "Tu possiedi il passaporto italiano ma non sei italiano". Oppure, con un sorriso: "Tu non hai la nazionalità italiana come noi, hai solo la cittadinanza italiana perché sei extracomunitario".
Quando abitavo vicino a viale Piave, zona centrale di Milano, mi è capitato che mentre di sera stavo aprendo la mia macchina ed avevo in mano le chiavi una persona si è avvicinata e mi ha chiesto con tono perentorio perché stavo aprendo quell'auto. D'istinto ho risposto: "Perché la sto rubando! Chiama subito i carabinieri". E al giustiziere, spiazzato, non è restato che andarsene. In un'altra occasione a Milano alle otto di mattina in un viale ad intenso traffico, la mia compagna mentre guidava ha tagliato inavvertitamente la strada ad una donna sul motorino. E' scesa di corsa per sincerarsi dello stato della malcapitata. Ho preso il volante per spostare la macchina e liberare il traffico all'ora di punta. Un'altra donna (bianca) in coda è scesa dalla propria macchina ed è corsa verso la mia compagna (bianca) e diffondendo il panico le ha detto: "Mentre stai qui a guardare, un extracomunitario ti sta rubando la macchina". "Non è un ladro, è il mio compagno", si è sentita rispondere. Tutte le volte che ho cambiato casa, ho dovuto affrontare una sorta di rito di passaggio. All'inizio, saluto con un sorriso gli inquilini incrociati per caso nell'atrio: "Buongiorno!" o "Buona sera!". Con i giovani tutto fila liscio. Mentre le persone adulte sono più sospettose. Posso anche capirle finché mi chiedono se abito lì, perché è la prima volta che ci incontriamo. Ma rimango spiazzato quando al saluto mi sento rispondere frasi del genere: "Non compriamo nulla. Qui non puoi vendere!". "Chi ti ha fatto entrare?". Nel settembre di quest'anno ero con mio figlio di 12 anni e aspettavo insieme a lui l'arrivo della metropolitana alla stazione di Palestro. Come sempre l'altoparlante esortava i passeggeri a non superare la linea gialla di sicurezza. Un anziano signore apostrofò mio figlio: "Parlano con te, ragazzino. Hai superato la linea gialla. Devi sapere che qui è vietato superare la linea gialla... maleducato". Facevo notare all'anziano che mio figlio era lontano dalla linea gialla ma lui continuava ad inveire: "Non dovete neppure stare in questo paese. Tornatevene a casa vostra... feccia del mondo. La pagherete prima o poi". Qualche settimana fa all'aeroporto di Linate sono entrato in un'edicola per comprare un giornale. C'era un giovane addetto tutto tatuato, mi sono avvicinato a lui per pagare e mi ha indicato un'altra cassa aperta. Ho pagato e mi sono avviato verso l'uscita quando il giovane addetto si è messo a urlare alla cassiera: "Quell'uomo di colore ha pagato il giornale?". La cassiera ha risposto urlando: "Sì l'uomo di colore ha pagato!". Tornato indietro gli dico: "Non c'é bisogno di urlare in questo modo. Ha visto bene mentre pagavo". "Lei mi ha guardato bene? Lo sa con chi sta parlando? Mi guardi bene! Sa cosa sono? Lei si rende conto cosa sono?". Cercava di intimidirmi. "Un razzista!" gli dico. "Sì, sono un razzista. Stia molto attento!". "Lei è un cretino", ho replicato. Chi vive queste situazioni quotidiane per più di 25 anni o finisce per accettarle, far finta di niente per poter vivere senza impazzire, oppure può diventare sospettoso, arcigno, pieno di "pregiudizi al contrario", spesso sulle spine col rischio di confondere le situazioni e di vedere razzisti sbucare da tutte le parti, di perdere la testa e di urlare e insultare in mezzo alla gente. E il suo aguzzino che ha il coltello dalla parte del manico, con calma commenta utilizzando una "formula" fissa ma molto efficace: "Guardate, sta urlando, mi sta insultando. Lui è soltanto un ospite a casa mia. Siete tutti testimoni...". Ho assistito per caso alla rappresentazione di una banda musicale ad Aguzzano, nel piacentino. Quando quasi tutti se ne erano andati ho visto in mezzo alla piazza una bandiera italiana prendere fuoco senza una ragionevole spiegazione. Mi sono ben guardato dal spegnerla anche se ero vicino. Cosa avrebbe pensato o come avrebbe reagito la gente vedendo un "extracomunitario" nella piazza di un paesino con la bandiera italiana in fiamme tra le mani? Troppi simboli messi insieme. Ho lasciato la bandiera bruciare con buona pace di tutti. Ho invece infinitamente apprezzato il comportamento dei poliziotti del presidio della metropolitana di Piazza Duomo di Milano. Non volevo arrivare al lavoro in ritardo e stavo correndo in mezzo alla gente. Ad un tratto mi sentii afferrare alle spalle e spintonare. Mi ritrovai di fronte un giovane poliziotto in divisa che mi urlò di consegnare i documenti. Consegnai la mia carta di identità al poliziotto già furibondo il quale, senza aprirla, mi ordinò di seguirlo. Giunti al posto di polizia, dichiarò ai suoi colleghi: "Questo extracomunitario si comporta da prepotente!". Per fortuna le mie spiegazioni non furono smentite dal collega presente ai fatti. I poliziotti verificarono accuratamente i miei documenti e dopo conclusero che il loro giovane collega aveva sbagliato porgendomi le loro scuse. Furono anche dispiaciuti per il mio ritardo al lavoro. Dopotutto, ho l'impressione che, rispetto alla maggioranza della gente, ai poliziotti non sembri anormale ritrovarsi di fronte a un cittadino italiano con la pelle nera o marrone. "Noi non siamo abituati!", ci sentiamo dire sempre e ovunque da nove persone su dieci. E' un alibi che non regge più dopo trent'anni che viviamo e lavoriamo qui, ci sposiamo con italiane/italiani, facciamo dei figli misti o no, che crescono e vengono educati nelle scuole e università italiane. Un fatto sconvolgente è quando tre anni fa fui aggredito da quattro controllori dell'Atm a Milano e finii al pronto soccorso. Ancora oggi sto affrontando i processi ma con i controllori come vittime ed io come imputato. Una cosa è certa, ho ancora fiducia nella giustizia italiana.
12 dicembre 2009