Qualche sera fa ho assistito, in televisione, a uno dei dibattiti di confronto tra i tre candidati premier alle prossime elezioni nel Regno Unito. Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg, 146 anni in tre, mi hanno messo in profondo imbarazzo, in quanto cittadino ed elettore italiano, sconfortato dai toni beceri, dagli argomenti inconsistenti, dalla pratica di attaccare violentemente l’avversario per eludere la proposta di soluzioni, che rappresentano, oggi, lo stile generale della politica italiana. Quello a cui ho assistito era un dibattito ordinato, educato, sostanzioso, fondato sull’illustrazione delle proprie ragioni e proposte piuttosto che sullo sberleffo di quelle altrui. Ogni candidato attendeva senza smorfie il proprio turno, senza interruzioni villane e incontrollate, senza sollecitare estemporaneamente l’intervento di una tifoseria da Suburra. Lo stesso moderatore non si vedeva costretto a separare i contendenti come se fossero coinvolti in una zuffa, né, tanto meno, si permetteva commenti o battute personali. Tutto si svolgeva con genuino interesse a avanzare proposte e, da parte di un pubblico preparato e ancora più sereno e composto, a porre quesiti pacati e concreti e non a lanciare provocazioni preconcette. Se poteva rimanermi, ottimisticamente, il sospetto che il decadimento della politica italiana, dei suoi temi, dei suoi protagonisti, fosse l’inevitabile conseguenza di un mondo tanto complesso da non poter essere affrontato con serena competenza, il dibattito tra i tre politici britannici, apparsi ciascuno a proprio modo perfettamente adeguati al ruolo a cui si candidano, me lo ha cancellato del tutto, lasciandomi nello sconforto della constatazione che tale decadimento sia affare tutto nostrano, e che l’Italia sia sempre più condannata e relegata a un ruolo marginale, per l’inconsistenza di un disegno collettivo, per la palese incompetenza e rigore di chi dovrebbe esserne autore e attuatore. Constatazione confermata dalla totale assenza del nome di Italia in un dibattito incentrato sui temi della politica estera e dell’Europa, la cui leadership veniva identificata solo nella Francia e nella Germania. Dei temi legati alla nostra presenza sugli scenari internazionali, ostentati in modo ridicolo dal nostro presidente del Consiglio dei ministri, quasi fosse arbitro e ago della bilancia delle sorti d’Europa e del pianeta, non si percepiva la minima traccia. Nelle ore in cui si svolgeva un dibattito così costruttivo e illuminato sul futuro economico e politico dell’Europa, sulle campagne militari in corso, sulla sicurezza interna ed esterna, in Italia, la direzione nazionale del principale partito di governo si esibiva in una rissa orchestrata dal presidente del Consiglio dei ministri, non per divergenze sui temi del governo della nazione, ma per arrogante affermazione del proprio ruolo di autocrate indiscusso e indiscutibile. Quella rissa non era un caso eccezionale, l’epilogo irrituale di un confronto epocale, ma la continuazione di migliaia di talk show sguaiati e senza pudore, in cui rappresentanti istituzionali degli italiani non si fanno scrupoli di insultare l’avversario, di irriderlo con battute salaci e di pessimo gusto. Tristemente questo spettacolo da teatrino della Barafonda ha un pubblico vastissimo e affezionato, che lo confonde con la politica vera, attratto e ipocritamente scandalizzato da questo maligno surrogato del confronto parlamentare. Lo stile della politica italiana scivola, giorno dopo giorno, nei gestacci stampati sulla canottiera dei rampolli pluribocciati della classe politica del centrodestra, cooptati a quindicimila euro al mese in ruoli che non gli competono, nelle frequentazioni di discoteche e di festicciole di compleanno, nelle labbra gonfiate di signore dai meriti del tutto inappropriati a gestire un ministero, nelle parole di capi di partito che non provano vergogna a dichiarare pubblicamente che ‘si sarebbe dovuto sbattere fuori subito ‘ il presidente della Camera, terza carica della Repubblica Italiana. La politica degli strepiti e delle dita nel naso é la risposta all’horror vacui dei contenuti, della capacità di governare, del rispetto delle idee e del ruolo dell’avversario. Quando le proprie ragioni non sono difendibili con la forza della logica e dell’intelligenza, si sceglie di far saltare il tavolo o, con metafora adeguata allo stile corrente, a gettar merda nel ventilatore. L’esempio riportato della politica inglese é tristemente lontano dal costume italiano corrente, e non solo politico, ma, si sa, gli italiani sono pochissimo versati nelle lingue...
lunedì 26 aprile 2010
Rule Britannia. Un esempio imbarazzante di stile e sostanza
di Aldo Vanini
Qualche sera fa ho assistito, in televisione, a uno dei dibattiti di confronto tra i tre candidati premier alle prossime elezioni nel Regno Unito. Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg, 146 anni in tre, mi hanno messo in profondo imbarazzo, in quanto cittadino ed elettore italiano, sconfortato dai toni beceri, dagli argomenti inconsistenti, dalla pratica di attaccare violentemente l’avversario per eludere la proposta di soluzioni, che rappresentano, oggi, lo stile generale della politica italiana. Quello a cui ho assistito era un dibattito ordinato, educato, sostanzioso, fondato sull’illustrazione delle proprie ragioni e proposte piuttosto che sullo sberleffo di quelle altrui. Ogni candidato attendeva senza smorfie il proprio turno, senza interruzioni villane e incontrollate, senza sollecitare estemporaneamente l’intervento di una tifoseria da Suburra. Lo stesso moderatore non si vedeva costretto a separare i contendenti come se fossero coinvolti in una zuffa, né, tanto meno, si permetteva commenti o battute personali. Tutto si svolgeva con genuino interesse a avanzare proposte e, da parte di un pubblico preparato e ancora più sereno e composto, a porre quesiti pacati e concreti e non a lanciare provocazioni preconcette. Se poteva rimanermi, ottimisticamente, il sospetto che il decadimento della politica italiana, dei suoi temi, dei suoi protagonisti, fosse l’inevitabile conseguenza di un mondo tanto complesso da non poter essere affrontato con serena competenza, il dibattito tra i tre politici britannici, apparsi ciascuno a proprio modo perfettamente adeguati al ruolo a cui si candidano, me lo ha cancellato del tutto, lasciandomi nello sconforto della constatazione che tale decadimento sia affare tutto nostrano, e che l’Italia sia sempre più condannata e relegata a un ruolo marginale, per l’inconsistenza di un disegno collettivo, per la palese incompetenza e rigore di chi dovrebbe esserne autore e attuatore. Constatazione confermata dalla totale assenza del nome di Italia in un dibattito incentrato sui temi della politica estera e dell’Europa, la cui leadership veniva identificata solo nella Francia e nella Germania. Dei temi legati alla nostra presenza sugli scenari internazionali, ostentati in modo ridicolo dal nostro presidente del Consiglio dei ministri, quasi fosse arbitro e ago della bilancia delle sorti d’Europa e del pianeta, non si percepiva la minima traccia. Nelle ore in cui si svolgeva un dibattito così costruttivo e illuminato sul futuro economico e politico dell’Europa, sulle campagne militari in corso, sulla sicurezza interna ed esterna, in Italia, la direzione nazionale del principale partito di governo si esibiva in una rissa orchestrata dal presidente del Consiglio dei ministri, non per divergenze sui temi del governo della nazione, ma per arrogante affermazione del proprio ruolo di autocrate indiscusso e indiscutibile. Quella rissa non era un caso eccezionale, l’epilogo irrituale di un confronto epocale, ma la continuazione di migliaia di talk show sguaiati e senza pudore, in cui rappresentanti istituzionali degli italiani non si fanno scrupoli di insultare l’avversario, di irriderlo con battute salaci e di pessimo gusto. Tristemente questo spettacolo da teatrino della Barafonda ha un pubblico vastissimo e affezionato, che lo confonde con la politica vera, attratto e ipocritamente scandalizzato da questo maligno surrogato del confronto parlamentare. Lo stile della politica italiana scivola, giorno dopo giorno, nei gestacci stampati sulla canottiera dei rampolli pluribocciati della classe politica del centrodestra, cooptati a quindicimila euro al mese in ruoli che non gli competono, nelle frequentazioni di discoteche e di festicciole di compleanno, nelle labbra gonfiate di signore dai meriti del tutto inappropriati a gestire un ministero, nelle parole di capi di partito che non provano vergogna a dichiarare pubblicamente che ‘si sarebbe dovuto sbattere fuori subito ‘ il presidente della Camera, terza carica della Repubblica Italiana. La politica degli strepiti e delle dita nel naso é la risposta all’horror vacui dei contenuti, della capacità di governare, del rispetto delle idee e del ruolo dell’avversario. Quando le proprie ragioni non sono difendibili con la forza della logica e dell’intelligenza, si sceglie di far saltare il tavolo o, con metafora adeguata allo stile corrente, a gettar merda nel ventilatore. L’esempio riportato della politica inglese é tristemente lontano dal costume italiano corrente, e non solo politico, ma, si sa, gli italiani sono pochissimo versati nelle lingue...
Qualche sera fa ho assistito, in televisione, a uno dei dibattiti di confronto tra i tre candidati premier alle prossime elezioni nel Regno Unito. Gordon Brown, David Cameron e Nick Clegg, 146 anni in tre, mi hanno messo in profondo imbarazzo, in quanto cittadino ed elettore italiano, sconfortato dai toni beceri, dagli argomenti inconsistenti, dalla pratica di attaccare violentemente l’avversario per eludere la proposta di soluzioni, che rappresentano, oggi, lo stile generale della politica italiana. Quello a cui ho assistito era un dibattito ordinato, educato, sostanzioso, fondato sull’illustrazione delle proprie ragioni e proposte piuttosto che sullo sberleffo di quelle altrui. Ogni candidato attendeva senza smorfie il proprio turno, senza interruzioni villane e incontrollate, senza sollecitare estemporaneamente l’intervento di una tifoseria da Suburra. Lo stesso moderatore non si vedeva costretto a separare i contendenti come se fossero coinvolti in una zuffa, né, tanto meno, si permetteva commenti o battute personali. Tutto si svolgeva con genuino interesse a avanzare proposte e, da parte di un pubblico preparato e ancora più sereno e composto, a porre quesiti pacati e concreti e non a lanciare provocazioni preconcette. Se poteva rimanermi, ottimisticamente, il sospetto che il decadimento della politica italiana, dei suoi temi, dei suoi protagonisti, fosse l’inevitabile conseguenza di un mondo tanto complesso da non poter essere affrontato con serena competenza, il dibattito tra i tre politici britannici, apparsi ciascuno a proprio modo perfettamente adeguati al ruolo a cui si candidano, me lo ha cancellato del tutto, lasciandomi nello sconforto della constatazione che tale decadimento sia affare tutto nostrano, e che l’Italia sia sempre più condannata e relegata a un ruolo marginale, per l’inconsistenza di un disegno collettivo, per la palese incompetenza e rigore di chi dovrebbe esserne autore e attuatore. Constatazione confermata dalla totale assenza del nome di Italia in un dibattito incentrato sui temi della politica estera e dell’Europa, la cui leadership veniva identificata solo nella Francia e nella Germania. Dei temi legati alla nostra presenza sugli scenari internazionali, ostentati in modo ridicolo dal nostro presidente del Consiglio dei ministri, quasi fosse arbitro e ago della bilancia delle sorti d’Europa e del pianeta, non si percepiva la minima traccia. Nelle ore in cui si svolgeva un dibattito così costruttivo e illuminato sul futuro economico e politico dell’Europa, sulle campagne militari in corso, sulla sicurezza interna ed esterna, in Italia, la direzione nazionale del principale partito di governo si esibiva in una rissa orchestrata dal presidente del Consiglio dei ministri, non per divergenze sui temi del governo della nazione, ma per arrogante affermazione del proprio ruolo di autocrate indiscusso e indiscutibile. Quella rissa non era un caso eccezionale, l’epilogo irrituale di un confronto epocale, ma la continuazione di migliaia di talk show sguaiati e senza pudore, in cui rappresentanti istituzionali degli italiani non si fanno scrupoli di insultare l’avversario, di irriderlo con battute salaci e di pessimo gusto. Tristemente questo spettacolo da teatrino della Barafonda ha un pubblico vastissimo e affezionato, che lo confonde con la politica vera, attratto e ipocritamente scandalizzato da questo maligno surrogato del confronto parlamentare. Lo stile della politica italiana scivola, giorno dopo giorno, nei gestacci stampati sulla canottiera dei rampolli pluribocciati della classe politica del centrodestra, cooptati a quindicimila euro al mese in ruoli che non gli competono, nelle frequentazioni di discoteche e di festicciole di compleanno, nelle labbra gonfiate di signore dai meriti del tutto inappropriati a gestire un ministero, nelle parole di capi di partito che non provano vergogna a dichiarare pubblicamente che ‘si sarebbe dovuto sbattere fuori subito ‘ il presidente della Camera, terza carica della Repubblica Italiana. La politica degli strepiti e delle dita nel naso é la risposta all’horror vacui dei contenuti, della capacità di governare, del rispetto delle idee e del ruolo dell’avversario. Quando le proprie ragioni non sono difendibili con la forza della logica e dell’intelligenza, si sceglie di far saltare il tavolo o, con metafora adeguata allo stile corrente, a gettar merda nel ventilatore. L’esempio riportato della politica inglese é tristemente lontano dal costume italiano corrente, e non solo politico, ma, si sa, gli italiani sono pochissimo versati nelle lingue...
Ladri di parole
di Francesca Fornario
La Lega ha ragione, Roma ladrona ci sta fregando. La politica politicante dei vecchi partiti ci sta fregando (e il più vecchio di tutti è la Lega, dal 1989). Il politico più potente della storia repubblicana ci sta fregando la cosa più preziosa che abbiamo. Ci sta fregando le parole. Ieri ne ha rubata un’altra: “Liberazione”. È’ sbucato in tv e ha detto: «Oggi, 25 aprile, celebriamo la festa della Libertà» «Di che?!». «Della libertà». E io pensavo: «Vabbé, ora dirà Liberazione. Oggi è la festa della Liberazione, lo sanno anche gli alberi». E lui, con la bandiera italiana alle spalle e le tende di broccato che fanno tanto Uomo-Delle-Istituzioni, insisteva: «Libertà. Libertà. Libertà. Libertà Libertà». Lo ha ripetuto sei volte in due minuti. E la Liberazione? Sparita. Mi sono accorta subito del furto perché sono cresciuta con i cartoni animati di Lupin III. Conosco la tattica: quando Lupin voleva rubare un gioiello si travestiva da poliziotto. Quando Berlusconi vuole rubare una parola si traveste da uomo delle istituzioni. La scrivania di ciliegio, i vessilli, l’augusta statua romana trasferita d’imperio dalle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi. Se da un pulpito così autorevole senti dire che si celebra la Libertà e non più la Liberazione un po’ ci credi, come credi alle tasse che scendono. È così che Berlusconi ha rubato le parole: “Forza Italia” ai tifosi e l’amore agli innamorati. Ci facciamo fregare le parole e il loro significato, che è il nostro, perché siamo stanchi e distratti. Ieri, a Palermo, hanno rubato anche le parole per Giovanni Falcone. Hanno spogliato l’albero che era diventato il simbolo del sacrificio del magistrato e della sua scorta, portando via centinaia di messaggi. Comprese le parole scritte su un lenzuolo bianco: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe». I furti si moltiplicano: a Salerno, il presidente della provincia Cirielli (ex di Fini ora con Berlusconi: abituiamoci) fa sparire con destrezza i partigiani e la Resistenza. La stessa cosa che qui in Emilia, dove siamo venuti per fare il giornale tra la gente, tenta di fare la Lega. Me lo spiega un ragazzo nemmeno ventenne che incontro al campo di Fossoli: «Vogliono cancellare il ricordo dei partigiani: bisogna che lo teniamo vivo noi perché i vecchi che hanno combattuto la guerra di Liberazione sono quasi tutti morti». Bisogna che prendiamo le parole e le mettiamo al sicuro. Come ha fatto quel ragazzo che indossava una maglietta con scritto “Partigiano Sempre”. A Fossoli le parole risuonavano libere tra le baracche dei prigionieri. “25 Aprile, festa della Liberazione”, era scritto su un albero dai molti rami che mi ha fatto pensare al papà dei fratelli Cervi, Alcide, che Berlusconi voleva ringraziare di persona, ignorando che fosse morto. «Ma tu lo sai chi sono i fratelli Cervi?», faccio al ragazzo. “Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando…”. Ho sorriso. Quando parliamo dei leghisti “sul territorio”, ricordiamoci che sul territorio ci sono anche questi ragazzi qui, quelli che mettono in salvo le parole. In piazza a Carpi, c’era un manifesto della Lega con scritto «Nel 65° annivesario della Liberazione dal Nazifascismo…». Qualcuno, con un pennarello, aveva corretto gli errori, aggiungendo le consonanti mancanti. E qualcun altro, con una biro: «Vi meritate il Trota!». Ho pensato: le parole si ribellano all’usurpatore. Le parole, qui a Carpi, fanno resistenza. Ripartiamo da qui.
La Lega ha ragione, Roma ladrona ci sta fregando. La politica politicante dei vecchi partiti ci sta fregando (e il più vecchio di tutti è la Lega, dal 1989). Il politico più potente della storia repubblicana ci sta fregando la cosa più preziosa che abbiamo. Ci sta fregando le parole. Ieri ne ha rubata un’altra: “Liberazione”. È’ sbucato in tv e ha detto: «Oggi, 25 aprile, celebriamo la festa della Libertà» «Di che?!». «Della libertà». E io pensavo: «Vabbé, ora dirà Liberazione. Oggi è la festa della Liberazione, lo sanno anche gli alberi». E lui, con la bandiera italiana alle spalle e le tende di broccato che fanno tanto Uomo-Delle-Istituzioni, insisteva: «Libertà. Libertà. Libertà. Libertà Libertà». Lo ha ripetuto sei volte in due minuti. E la Liberazione? Sparita. Mi sono accorta subito del furto perché sono cresciuta con i cartoni animati di Lupin III. Conosco la tattica: quando Lupin voleva rubare un gioiello si travestiva da poliziotto. Quando Berlusconi vuole rubare una parola si traveste da uomo delle istituzioni. La scrivania di ciliegio, i vessilli, l’augusta statua romana trasferita d’imperio dalle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi. Se da un pulpito così autorevole senti dire che si celebra la Libertà e non più la Liberazione un po’ ci credi, come credi alle tasse che scendono. È così che Berlusconi ha rubato le parole: “Forza Italia” ai tifosi e l’amore agli innamorati. Ci facciamo fregare le parole e il loro significato, che è il nostro, perché siamo stanchi e distratti. Ieri, a Palermo, hanno rubato anche le parole per Giovanni Falcone. Hanno spogliato l’albero che era diventato il simbolo del sacrificio del magistrato e della sua scorta, portando via centinaia di messaggi. Comprese le parole scritte su un lenzuolo bianco: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe». I furti si moltiplicano: a Salerno, il presidente della provincia Cirielli (ex di Fini ora con Berlusconi: abituiamoci) fa sparire con destrezza i partigiani e la Resistenza. La stessa cosa che qui in Emilia, dove siamo venuti per fare il giornale tra la gente, tenta di fare la Lega. Me lo spiega un ragazzo nemmeno ventenne che incontro al campo di Fossoli: «Vogliono cancellare il ricordo dei partigiani: bisogna che lo teniamo vivo noi perché i vecchi che hanno combattuto la guerra di Liberazione sono quasi tutti morti». Bisogna che prendiamo le parole e le mettiamo al sicuro. Come ha fatto quel ragazzo che indossava una maglietta con scritto “Partigiano Sempre”. A Fossoli le parole risuonavano libere tra le baracche dei prigionieri. “25 Aprile, festa della Liberazione”, era scritto su un albero dai molti rami che mi ha fatto pensare al papà dei fratelli Cervi, Alcide, che Berlusconi voleva ringraziare di persona, ignorando che fosse morto. «Ma tu lo sai chi sono i fratelli Cervi?», faccio al ragazzo. “Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando…”. Ho sorriso. Quando parliamo dei leghisti “sul territorio”, ricordiamoci che sul territorio ci sono anche questi ragazzi qui, quelli che mettono in salvo le parole. In piazza a Carpi, c’era un manifesto della Lega con scritto «Nel 65° annivesario della Liberazione dal Nazifascismo…». Qualcuno, con un pennarello, aveva corretto gli errori, aggiungendo le consonanti mancanti. E qualcun altro, con una biro: «Vi meritate il Trota!». Ho pensato: le parole si ribellano all’usurpatore. Le parole, qui a Carpi, fanno resistenza. Ripartiamo da qui.
domenica 25 aprile 2010
A proposito del 25 Aprile, Festa della LIBERAZIONE
La liberazione dal nazifascismo non ci ha liberati dalla possibilità di ritrovarci una qualunque Polverini come Governatore del Lazio e con lei anche un variegato codazzo, indicatore di quella decadenza, che si vuole forzatamente imporre ad un popolo intero. È diventato bisogno primario riflettere seriamente sulla classe dirigente dell'Italia di oggi.
Quindi, quale futuro è immaginabile per le future generazioni italiane?
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lunedì 19 aprile 2010
Gli alleati senza diritti
di NADIA URBINATI
IL PDL è un difficile tentativo di convivenza di tre diversi stili politici; tre modi di essere che, come la crisi interna di questi giorni dimostra, sono difficilmente armonizzabili. Tre sono le concezioni politiche o sedicenti politiche che lo compongono: una comunitaria-organicistica; una tradizionale istituzionale; e una patrimonialista.
La vittoria elettorale nelle recenti consultazioni amministrative ha marcato e ingigantito le differenze tra queste tre anime fino a destabilizzare la coalizione di governo. Una ragione che ha probabilmente portato a questo esito paradossale di indebolimento a seguito di una vittoria sta nella distribuzione geografica. Nel fatto cioè che non tutte e tre queste anime sono equamente distribuite sul territorio nazionale. Il gruppo che fa capo al presidente della Camera ha una forte presenza nel Centro-Sud, mentre la Lega ha una forte se non esclusiva rappresentanza al Nord. A mediare questo bipolarismo territoriale è Silvio Berlusconi. Ma che la mediazione non sia tale, e infatti sia l'opposto di ogni forma di mediazione, diventa chiaro qualora si presti attenzione alla ragione strutturale e non solo territoriale del sisma che sta sconquassando il Pdl: gli alleati hanno diverse, se non opposte, concezioni di che cosa debba essere la politica conservatrice e più in generale la politica e le istituzioni.
La Lega ha bisogno di radicamento per esistere e resistere: quindi non sopporta facilmente la competizione sul proprio territorio. Nei blog del movimento giovanile dei Padani si trova ripetuta l'espressione "fratelli su libero suolo". "Libero suolo" ha una doppia implicazione: denota una "libertà da" ovvero contro chi cerca, non appartenendovi, di insediarvisi e una "libertà di" esprimere liberamente le proprie energie. Il "suolo" è lo spazio vitale che contiene e alimenta la libertà dei leghisti, un luogo abitato non tanto da eguali nei diritti (un valore molto poco compreso dai fedeli della Lega) ma da simili nella cultura e nei supposti valori; persone che si riconoscono con una semplice occhiata, che si odorano identici, che si fidano solo se non ci sono estranei tra loro - e, si badi bene, gli estranei non sono soltanto gli immigrati, ma possono esserlo anche gli alleati di coalizione (non è un caso che pochi giorni dopo la vittoria elettorale, Umberto Bossi si sia prenotato per il sindaco di Milano: la "nostra terra", la "nostra gente", il "nostro sindaco" e, come abbiamo anche sentito, le "nostre banche") . Il gruppo che si riconosce in Fini esprime al contrario una politica istituzionale nazionale, un approccio tradizionale alla forma Stato che è per questo più facilmente comprensibile da parte di chi mastica politica secondo le regole di uno Stato moderno di diritto. Per esempio, l'idea che se si vuole approdare a una repubblica presidenziale occorra cambiare la legge elettorale è quanto di più ragionevole e sensato ci possa essere per chi si occupa di politica istituzionale: nulla di trascendente, eppure così impossibile da accettare e comprendere da parte di Berlusconi!
E qui veniamo alla terza componente della destra italiana, che in effetti "componente" non lo è proprio, perché Berlusconi è non soltanto l'ideatore del Pdl ma ne è proprietario a tutti gli effetti e per questa ragione non può oggettivamente comprendere le ragioni istituzionali. Mentre può forse meglio comprendere quelle "organiche" territoriali della Lega perché, in fondo, sono mosse da una logica monopolistica che ha comunque a che fare con un linguaggio "proprietario" (del suolo).
Quale che sia l'esito di questo movimento tellurico è evidente che almeno una cosa dovrebbe essere diventata chiara a chi si è illuso di godere "da pari" dei privilegi promessi da un'alleanza con Berlusconi: che gli alleati sono tali solo se e perché hanno una indipendenza e sono partner. Ma non si può essere partner in un partito che è proprietà di qualcuno; anzi, in questo caso ogni tentativo di ridiscutere le forme dell'accordo è visto e trattato come un insolente attacco al leader. Berlusconi ha un'etica monolitica, e conosce un linguaggio e uno solo: quello del comando padronale. È così connaturato in lui questo stile che egli non sa nemmeno distinguere fra Istituzioni dello Stato e dipartimenti economici del suo impero: se Fini dissente, minaccia di licenziarlo. È difficile pensare quindi a come si possa soltanto pensare in termini di trattativa, mediazione, accordo - anche in questo Fini dà il segno di parlare una lingua che il presidente del Consiglio non conosce: quella della politica come funzione che chi svolge non possiede. La cultura 'politicà del leader del Pdl è per tanto di destra in senso molto improprio perché è semplicemente patrimonialista. Si leverà qualche voce meno stentorea a dire forte che lo Stato non è a sua disposizione perché non è roba sua?
IL PDL è un difficile tentativo di convivenza di tre diversi stili politici; tre modi di essere che, come la crisi interna di questi giorni dimostra, sono difficilmente armonizzabili. Tre sono le concezioni politiche o sedicenti politiche che lo compongono: una comunitaria-organicistica; una tradizionale istituzionale; e una patrimonialista.
La vittoria elettorale nelle recenti consultazioni amministrative ha marcato e ingigantito le differenze tra queste tre anime fino a destabilizzare la coalizione di governo. Una ragione che ha probabilmente portato a questo esito paradossale di indebolimento a seguito di una vittoria sta nella distribuzione geografica. Nel fatto cioè che non tutte e tre queste anime sono equamente distribuite sul territorio nazionale. Il gruppo che fa capo al presidente della Camera ha una forte presenza nel Centro-Sud, mentre la Lega ha una forte se non esclusiva rappresentanza al Nord. A mediare questo bipolarismo territoriale è Silvio Berlusconi. Ma che la mediazione non sia tale, e infatti sia l'opposto di ogni forma di mediazione, diventa chiaro qualora si presti attenzione alla ragione strutturale e non solo territoriale del sisma che sta sconquassando il Pdl: gli alleati hanno diverse, se non opposte, concezioni di che cosa debba essere la politica conservatrice e più in generale la politica e le istituzioni.
La Lega ha bisogno di radicamento per esistere e resistere: quindi non sopporta facilmente la competizione sul proprio territorio. Nei blog del movimento giovanile dei Padani si trova ripetuta l'espressione "fratelli su libero suolo". "Libero suolo" ha una doppia implicazione: denota una "libertà da" ovvero contro chi cerca, non appartenendovi, di insediarvisi e una "libertà di" esprimere liberamente le proprie energie. Il "suolo" è lo spazio vitale che contiene e alimenta la libertà dei leghisti, un luogo abitato non tanto da eguali nei diritti (un valore molto poco compreso dai fedeli della Lega) ma da simili nella cultura e nei supposti valori; persone che si riconoscono con una semplice occhiata, che si odorano identici, che si fidano solo se non ci sono estranei tra loro - e, si badi bene, gli estranei non sono soltanto gli immigrati, ma possono esserlo anche gli alleati di coalizione (non è un caso che pochi giorni dopo la vittoria elettorale, Umberto Bossi si sia prenotato per il sindaco di Milano: la "nostra terra", la "nostra gente", il "nostro sindaco" e, come abbiamo anche sentito, le "nostre banche") . Il gruppo che si riconosce in Fini esprime al contrario una politica istituzionale nazionale, un approccio tradizionale alla forma Stato che è per questo più facilmente comprensibile da parte di chi mastica politica secondo le regole di uno Stato moderno di diritto. Per esempio, l'idea che se si vuole approdare a una repubblica presidenziale occorra cambiare la legge elettorale è quanto di più ragionevole e sensato ci possa essere per chi si occupa di politica istituzionale: nulla di trascendente, eppure così impossibile da accettare e comprendere da parte di Berlusconi!
E qui veniamo alla terza componente della destra italiana, che in effetti "componente" non lo è proprio, perché Berlusconi è non soltanto l'ideatore del Pdl ma ne è proprietario a tutti gli effetti e per questa ragione non può oggettivamente comprendere le ragioni istituzionali. Mentre può forse meglio comprendere quelle "organiche" territoriali della Lega perché, in fondo, sono mosse da una logica monopolistica che ha comunque a che fare con un linguaggio "proprietario" (del suolo).
Quale che sia l'esito di questo movimento tellurico è evidente che almeno una cosa dovrebbe essere diventata chiara a chi si è illuso di godere "da pari" dei privilegi promessi da un'alleanza con Berlusconi: che gli alleati sono tali solo se e perché hanno una indipendenza e sono partner. Ma non si può essere partner in un partito che è proprietà di qualcuno; anzi, in questo caso ogni tentativo di ridiscutere le forme dell'accordo è visto e trattato come un insolente attacco al leader. Berlusconi ha un'etica monolitica, e conosce un linguaggio e uno solo: quello del comando padronale. È così connaturato in lui questo stile che egli non sa nemmeno distinguere fra Istituzioni dello Stato e dipartimenti economici del suo impero: se Fini dissente, minaccia di licenziarlo. È difficile pensare quindi a come si possa soltanto pensare in termini di trattativa, mediazione, accordo - anche in questo Fini dà il segno di parlare una lingua che il presidente del Consiglio non conosce: quella della politica come funzione che chi svolge non possiede. La cultura 'politicà del leader del Pdl è per tanto di destra in senso molto improprio perché è semplicemente patrimonialista. Si leverà qualche voce meno stentorea a dire forte che lo Stato non è a sua disposizione perché non è roba sua?
domenica 18 aprile 2010
Il dovere del verbo
di BARBARA SPINELLI
Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»). L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra...». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere. Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce. Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi. Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie - i pentiti, che lo Stato deve tutelare - veniva spuntata. Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti - quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme alle mafie. Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, Notte e nebbia. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio. Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola. È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono». Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie grandezze e i propri uomini di valore.
Un filo neanche molto sottile lega l’offensiva del presidente del Consiglio contro La piovra e Gomorra, e il divario crescente che lo separa da Gianfranco Fini. Il filo è costituito dal parlar-vero, sui mali italiani: da quello che Melville chiama, meditando in Moby Dick sul ruolo profetico, il dovere del verbo. Non è la prima volta che Berlusconi attacca La piovra. Lo ha già fatto il 28 novembre («Se trovo quelli che hanno fatto 9 serie sulla Piovra, e quelli che scrivono libri sulla mafia che vanno in giro in tutto il mondo a farci fare così bella figura, giuro li strozzo»). L’assalto non era impulsivo: venerdì s’è esteso al libro di Roberto Saviano Gomorra. Ha detto testualmente: «(Dalle statistiche) la mafia italiana risulterebbe la sesta al mondo. Ma guarda caso è quella più conosciuta, perché c’è stato un supporto promozionale a quest’organizzazione criminale, che l’ha portata a essere un elemento molto negativo di giudizio per il nostro Paese. Ricordiamoci le otto serie della Piovra, programmate dalle televisioni di 160 Paesi nel mondo, e tutto il resto, tutta la letteratura, il supporto culturale, Gomorra...». Se fuori casa appaiamo brutti, la colpa non è della mafia ma di chi fa vedere. Allo stesso modo gli sono intollerabili le analisi negative sulla crisi economica mondiale, e infine il lavorio che Fini sta compiendo per costruire una destra conservatrice ma non populista, non xenofoba, con un forte senso della legge e soprattutto dello Stato: poiché è la sfiducia nello Stato che alimenta, a Sud come a Nord, la potenza mafiosa. I giornalisti narrano come alle critiche concrete del presidente della Camera, giovedì, Berlusconi rispondesse, macchinalmente, con slogan di piazza o frasi tipo: «Va tutto bene». Lo scisma della destra a Sud è disastroso e la Lega prevarica, osservava il primo, e lui replicava che a Sud la destra vince e che la Lega gli ubbidisce. Vivo all’estero da tempo e posso certificarlo: se abbiamo ancora prestigio, presso i cittadini e i politici europei, è perché accanto al crimine esiste chi lo denuncia, a voce alta, rischiando la solitudine in patria e a volte la morte. Le sale si riempiono quando dall’Italia giungono Saviano, Travaglio, Tabucchi, descrivendo il regno d’un prepotente che controlla tutte le tv. Nei cinema, Gomorra e Il divo suscitano, oltre che spavento, ammirazione. Il giorno che Saviano visitò il Canada senza guardie del corpo, le giubbe rosse vollero scortarlo loro: per entusiasmo, e gratitudine. Non va dimenticato che la lotta antimafia di giudici e scrittori italiani aiuta molti Paesi ad arginare un crimine fattosi globale. Quando Falcone fu ucciso, nel maggio ’92, il giudice americano Richard Martin disse che mai sarebbe riuscito a smantellare Pizza Connection, senza Falcone. La mafia Usa fu combattuta da un trio composto da Falcone, Martin e Rudolph Giuliani, allora procuratore distrettuale di Manhattan. I metodi italiani antimafia sono un esempio mondiale. Non è con fiabe edificanti che correggiamo la storia. Fuori Italia, è a causa di Berlusconi che abbiamo problemi. Continuamente dobbiamo spiegare il suo successo, la sua malia, e non tanto lui quanto noi stessi. Dice Saviano nella lettera al premier, pubblicata ieri da Repubblica, che «accusare chi racconta il potere della criminalità organizzata di fare cattiva pubblicità al Paese non è un modo per migliorare l’immagine italiana, quanto piuttosto per isolare» chi esplora tale potere. Senza narrazione veridica, niente riscatto: «È l’unica strada per dimostrare che siamo il Paese di Giovanni Falcone, di Don Peppe Diana, non il Paese di Totò Riina e di Schiavone Sandokan». Berlusconi non l’ignora: sa quel che dice, e non teme di dirlo in nome di tutti gli italiani. Quando proclamò eroe Vittorio Mangano (ergastolo per due omicidi, appartenenza alla mafia, traffico di droga) fu il silenzio omertoso che esaltò come modello di virtù. L’arma principe contro le mafie - i pentiti, che lo Stato deve tutelare - veniva spuntata. Infatti è stata spuntata, come spiega il giudice Nicola Gratteri quando evoca la battaglia alla ’ndrangheta. Gian Carlo Caselli sostiene che il discredito gettato sui pentiti - quindi su chi parla - non esisteva nel contrasto al terrorismo, ragion per cui quest’ultimo fu vinto e la mafia no (Le due guerre, Melampo 2009). Sono arrestati molti latitanti, non c’è dubbio: un successo del ministro dell’Interno, ma anche di magistrati e poliziotti non intralciati. In futuro lo saranno. Dice ancora Gratteri che quella sulle intercettazioni è «una legge spaventosa, che costruirà attorno alle mafie una diga di silenzio con il pretesto della “privacy”» (il suo libro, La malapianta, è pubblicato come Saviano da Mondadori, editrice del premier). Il silenzio è un regalo enorme alle mafie. Anche per questo, perché l’omertà trascolora in eroismo, la mafia non spara come prima. Ma dilaga, specie a Nord. La legge del silenzio e la legge che silenzia: probabilmente è questa la stoffa di cui è fatto il patto politica-mafia, sotto la cui tenda viviamo. Ci ha protetti da attentati. Non ci protegge da una condiscendenza dilatata all’illegalità, dai profitti colossali della ’ndrangheta. Parlando degli elettori berlusconiani, Saviano osserva: «Molti di loro saranno rimasti sbigottiti e indignati dalle sue parole». Gli italiani, non solo di sinistra, si sono appassionati a Gomorra e alla Piovra (il primo film che parli di rapporti fra mafia, politica, finanzieri, massoni). La piovra ha agito sulle coscienze come il serial televisivo Olocausto sui tedeschi, nel 1979, o come sui francesi il film di Resnais sulla collaborazione, Notte e nebbia. Scoprire i propri lati oscuri è parte d’ogni guarigione, individuale o collettiva. È raccontare il proprio Paese com’è, per migliorarlo. Matilde Serao fece vedere che Napoli non era una cuccagna: nel Ventre di Napoli s’aggrovigliavano crimine e povertà. Grazie a lei la medicazione ebbe inizio. Parlare vero è anche una barriera contro la degradazione della politica, contro i suoi vocaboli edulcoranti, i suoi eufemismi. È qui che il richiamo al dovere del verbo si allaccia alle vicende di Fini. Dell’Utri afferma che la politica gli serve per i processi di complicità con la mafia. Lo ha detto in un’intervista a Beatrice Borromeo, il 10 febbraio sul Fatto: «A me della politica non frega niente, io mi sono candidato per non finire in galera». Lo ha ripetuto giovedì, al processo d’appello di Palermo. Ancora non si sa come finirà il conflitto Fini-Berlusconi, ma spegnersi del tutto non può: perché due visioni della destra si scontrano. Perché la contesa ha al proprio centro il dovere del verbo. Perché dall’antichità è con la parola che la politica comincia, o ricomincia. Perché l’attesa che si è creata non è piccola. È vero: Fini ha inaugurato la sua diversità con il vocabolario e lo stile, prima che con le azioni; con discorsi sempre più affilati su temi decisivi come l’immigrazione, la legalità, la Costituzione. Dicono che qui è la sua debolezza, che mancano le politiche; che tutto è intellettualismo, maniera. «Fini dove va? Sono quattro gatti, sono dei fighetti», dice Berlusconi, e sa di poter contare su molti che la pensano così. Molti detrattori della parola, sospettata di non avere «radici nel territorio»: dunque radici nella paura, come la Lega. La retorica ha una fama cattiva, ma ha nobili tradizioni. Chi voglia riscoprirlo sfogli il periodico online di Farefuturo, la fondazione di Fini: spesso troverà i toni del j’accuse di Zola, che non è roba di fighetti. Il massimo politologo europeo è Machiavelli. È lui a smascherare l’opacità verbale, quando descrive riformatori religiosi come San Francesco: essi «lasciarono intendere che egli è male dir male del male», coprendo per questa via gli uomini della Chiesa. «Così quegli fanno il peggio che possono, perché non temono quella punizione che non veggono e non credono». Il dovere del verbo non è altro che questo: dire male del male. Su mafia, crisi, sul parto così difficile di una destra non biliosa, equilibrata. Un male non imbellito da telegiornali che rincretiniscono con servizi sulla fine dei chewing-gum masticati, e che diventano - la formula è di Sabina Guzzanti - armi di distrazione di massa. Saremo apprezzati all’estero a queste condizioni. In Italia si dimenticano presto non solo i propri misfatti, ma anche le proprie grandezze e i propri uomini di valore.
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Quando la Tecnica si arrende alla Natura
Secondo la scienza l'Universo è incominciato con un'immane catastrofe, il big bang che ha squarciato i «sovrumani silenzi», e terminerà con un'altra non meno gigantesca catastrofe, l'entropia, la degradazione dell'energia, che a quei silenzi riconduce. Nel frattempo altre catastrofi devastano l'Universo e la Terra. Tra l'una e l'altra, intervalli che all'uomo sembrano lunghissimi e nei quali, d'altra parte, e frequenti, altre «minori» catastrofi si producono, quelle che uccidono migliaia di persone e di cui danno notizia i mass media. Il potenziale tecnico dell'uomo non è ancora in grado di fronteggiarle. Come sta accadendo con l'eruzione del vulcano islandese. Quel potenziale è invece in grado di gareggiare con la distruttività del fenomeno entropico: se scoppiasse un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Russia la terra sarebbe distrutta tanto quanto potrebbe esser distrutta dalla «Natura». Sul piano della distruttività Tecnica e Natura si combattono alla pari.
E dire che la Natura «si ribella» ha senso solo in relazione ai progetti dell'uomo. La sua ribellione, inoltre, può essere ben più radicale di quelle a cui ci è dato di assistere. A volte ci si trova di fronte ad affermazioni che sembrano inoffensive. Ad esempio questa, che le leggi della scienza (da cui la Tecnica è guidata) sono ipotetiche, cioè non sono verità assolute. Spesso gli scienziati se ne dimenticano. Ma l'ipoteticità delle leggi scientifiche significa ad esempio che un corpo, abbandonato a sé stesso, da un momento all'altro, invece di cadere verso il basso potrebbe andare verso l'alto. Qui la ribellione possibile della Natura è ben più radicale. La provvisorietà della destinazione della Tecnica al dominio del mondo è ancora più marcata.
Si fa avanti, in tutta la sua gravità, il problema della salvezza dell'uomo. Chi ci pensa? Quelli che si danno da fare per uscire dalle crisi economiche e politiche? Sì, a quel problema le religioni si rivolgono. Ma con la fede. E la fede è ipotetica come le leggi della scienza. Ma l'uomo è destinato ad aver a che fare soltanto con ipotesi e a soppesare soltanto con ipotesi il pericolo da cui è circondato?
18 aprile 2010
E dire che la Natura «si ribella» ha senso solo in relazione ai progetti dell'uomo. La sua ribellione, inoltre, può essere ben più radicale di quelle a cui ci è dato di assistere. A volte ci si trova di fronte ad affermazioni che sembrano inoffensive. Ad esempio questa, che le leggi della scienza (da cui la Tecnica è guidata) sono ipotetiche, cioè non sono verità assolute. Spesso gli scienziati se ne dimenticano. Ma l'ipoteticità delle leggi scientifiche significa ad esempio che un corpo, abbandonato a sé stesso, da un momento all'altro, invece di cadere verso il basso potrebbe andare verso l'alto. Qui la ribellione possibile della Natura è ben più radicale. La provvisorietà della destinazione della Tecnica al dominio del mondo è ancora più marcata.
Si fa avanti, in tutta la sua gravità, il problema della salvezza dell'uomo. Chi ci pensa? Quelli che si danno da fare per uscire dalle crisi economiche e politiche? Sì, a quel problema le religioni si rivolgono. Ma con la fede. E la fede è ipotetica come le leggi della scienza. Ma l'uomo è destinato ad aver a che fare soltanto con ipotesi e a soppesare soltanto con ipotesi il pericolo da cui è circondato?
18 aprile 2010
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