La Lega ha ragione, Roma ladrona ci sta fregando. La politica politicante dei vecchi partiti ci sta fregando (e il più vecchio di tutti è la Lega, dal 1989). Il politico più potente della storia repubblicana ci sta fregando la cosa più preziosa che abbiamo. Ci sta fregando le parole. Ieri ne ha rubata un’altra: “Liberazione”. È’ sbucato in tv e ha detto: «Oggi, 25 aprile, celebriamo la festa della Libertà» «Di che?!». «Della libertà». E io pensavo: «Vabbé, ora dirà Liberazione. Oggi è la festa della Liberazione, lo sanno anche gli alberi». E lui, con la bandiera italiana alle spalle e le tende di broccato che fanno tanto Uomo-Delle-Istituzioni, insisteva: «Libertà. Libertà. Libertà. Libertà Libertà». Lo ha ripetuto sei volte in due minuti. E la Liberazione? Sparita. Mi sono accorta subito del furto perché sono cresciuta con i cartoni animati di Lupin III. Conosco la tattica: quando Lupin voleva rubare un gioiello si travestiva da poliziotto. Quando Berlusconi vuole rubare una parola si traveste da uomo delle istituzioni. La scrivania di ciliegio, i vessilli, l’augusta statua romana trasferita d’imperio dalle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi. Se da un pulpito così autorevole senti dire che si celebra la Libertà e non più la Liberazione un po’ ci credi, come credi alle tasse che scendono. È così che Berlusconi ha rubato le parole: “Forza Italia” ai tifosi e l’amore agli innamorati. Ci facciamo fregare le parole e il loro significato, che è il nostro, perché siamo stanchi e distratti. Ieri, a Palermo, hanno rubato anche le parole per Giovanni Falcone. Hanno spogliato l’albero che era diventato il simbolo del sacrificio del magistrato e della sua scorta, portando via centinaia di messaggi. Comprese le parole scritte su un lenzuolo bianco: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe». I furti si moltiplicano: a Salerno, il presidente della provincia Cirielli (ex di Fini ora con Berlusconi: abituiamoci) fa sparire con destrezza i partigiani e la Resistenza. La stessa cosa che qui in Emilia, dove siamo venuti per fare il giornale tra la gente, tenta di fare la Lega. Me lo spiega un ragazzo nemmeno ventenne che incontro al campo di Fossoli: «Vogliono cancellare il ricordo dei partigiani: bisogna che lo teniamo vivo noi perché i vecchi che hanno combattuto la guerra di Liberazione sono quasi tutti morti». Bisogna che prendiamo le parole e le mettiamo al sicuro. Come ha fatto quel ragazzo che indossava una maglietta con scritto “Partigiano Sempre”. A Fossoli le parole risuonavano libere tra le baracche dei prigionieri. “25 Aprile, festa della Liberazione”, era scritto su un albero dai molti rami che mi ha fatto pensare al papà dei fratelli Cervi, Alcide, che Berlusconi voleva ringraziare di persona, ignorando che fosse morto. «Ma tu lo sai chi sono i fratelli Cervi?», faccio al ragazzo. “Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando…”. Ho sorriso. Quando parliamo dei leghisti “sul territorio”, ricordiamoci che sul territorio ci sono anche questi ragazzi qui, quelli che mettono in salvo le parole. In piazza a Carpi, c’era un manifesto della Lega con scritto «Nel 65° annivesario della Liberazione dal Nazifascismo…». Qualcuno, con un pennarello, aveva corretto gli errori, aggiungendo le consonanti mancanti. E qualcun altro, con una biro: «Vi meritate il Trota!». Ho pensato: le parole si ribellano all’usurpatore. Le parole, qui a Carpi, fanno resistenza. Ripartiamo da qui.
lunedì 26 aprile 2010
Ladri di parole
di Francesca Fornario
La Lega ha ragione, Roma ladrona ci sta fregando. La politica politicante dei vecchi partiti ci sta fregando (e il più vecchio di tutti è la Lega, dal 1989). Il politico più potente della storia repubblicana ci sta fregando la cosa più preziosa che abbiamo. Ci sta fregando le parole. Ieri ne ha rubata un’altra: “Liberazione”. È’ sbucato in tv e ha detto: «Oggi, 25 aprile, celebriamo la festa della Libertà» «Di che?!». «Della libertà». E io pensavo: «Vabbé, ora dirà Liberazione. Oggi è la festa della Liberazione, lo sanno anche gli alberi». E lui, con la bandiera italiana alle spalle e le tende di broccato che fanno tanto Uomo-Delle-Istituzioni, insisteva: «Libertà. Libertà. Libertà. Libertà Libertà». Lo ha ripetuto sei volte in due minuti. E la Liberazione? Sparita. Mi sono accorta subito del furto perché sono cresciuta con i cartoni animati di Lupin III. Conosco la tattica: quando Lupin voleva rubare un gioiello si travestiva da poliziotto. Quando Berlusconi vuole rubare una parola si traveste da uomo delle istituzioni. La scrivania di ciliegio, i vessilli, l’augusta statua romana trasferita d’imperio dalle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi. Se da un pulpito così autorevole senti dire che si celebra la Libertà e non più la Liberazione un po’ ci credi, come credi alle tasse che scendono. È così che Berlusconi ha rubato le parole: “Forza Italia” ai tifosi e l’amore agli innamorati. Ci facciamo fregare le parole e il loro significato, che è il nostro, perché siamo stanchi e distratti. Ieri, a Palermo, hanno rubato anche le parole per Giovanni Falcone. Hanno spogliato l’albero che era diventato il simbolo del sacrificio del magistrato e della sua scorta, portando via centinaia di messaggi. Comprese le parole scritte su un lenzuolo bianco: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe». I furti si moltiplicano: a Salerno, il presidente della provincia Cirielli (ex di Fini ora con Berlusconi: abituiamoci) fa sparire con destrezza i partigiani e la Resistenza. La stessa cosa che qui in Emilia, dove siamo venuti per fare il giornale tra la gente, tenta di fare la Lega. Me lo spiega un ragazzo nemmeno ventenne che incontro al campo di Fossoli: «Vogliono cancellare il ricordo dei partigiani: bisogna che lo teniamo vivo noi perché i vecchi che hanno combattuto la guerra di Liberazione sono quasi tutti morti». Bisogna che prendiamo le parole e le mettiamo al sicuro. Come ha fatto quel ragazzo che indossava una maglietta con scritto “Partigiano Sempre”. A Fossoli le parole risuonavano libere tra le baracche dei prigionieri. “25 Aprile, festa della Liberazione”, era scritto su un albero dai molti rami che mi ha fatto pensare al papà dei fratelli Cervi, Alcide, che Berlusconi voleva ringraziare di persona, ignorando che fosse morto. «Ma tu lo sai chi sono i fratelli Cervi?», faccio al ragazzo. “Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando…”. Ho sorriso. Quando parliamo dei leghisti “sul territorio”, ricordiamoci che sul territorio ci sono anche questi ragazzi qui, quelli che mettono in salvo le parole. In piazza a Carpi, c’era un manifesto della Lega con scritto «Nel 65° annivesario della Liberazione dal Nazifascismo…». Qualcuno, con un pennarello, aveva corretto gli errori, aggiungendo le consonanti mancanti. E qualcun altro, con una biro: «Vi meritate il Trota!». Ho pensato: le parole si ribellano all’usurpatore. Le parole, qui a Carpi, fanno resistenza. Ripartiamo da qui.
La Lega ha ragione, Roma ladrona ci sta fregando. La politica politicante dei vecchi partiti ci sta fregando (e il più vecchio di tutti è la Lega, dal 1989). Il politico più potente della storia repubblicana ci sta fregando la cosa più preziosa che abbiamo. Ci sta fregando le parole. Ieri ne ha rubata un’altra: “Liberazione”. È’ sbucato in tv e ha detto: «Oggi, 25 aprile, celebriamo la festa della Libertà» «Di che?!». «Della libertà». E io pensavo: «Vabbé, ora dirà Liberazione. Oggi è la festa della Liberazione, lo sanno anche gli alberi». E lui, con la bandiera italiana alle spalle e le tende di broccato che fanno tanto Uomo-Delle-Istituzioni, insisteva: «Libertà. Libertà. Libertà. Libertà Libertà». Lo ha ripetuto sei volte in due minuti. E la Liberazione? Sparita. Mi sono accorta subito del furto perché sono cresciuta con i cartoni animati di Lupin III. Conosco la tattica: quando Lupin voleva rubare un gioiello si travestiva da poliziotto. Quando Berlusconi vuole rubare una parola si traveste da uomo delle istituzioni. La scrivania di ciliegio, i vessilli, l’augusta statua romana trasferita d’imperio dalle Terme di Diocleziano a Palazzo Chigi. Se da un pulpito così autorevole senti dire che si celebra la Libertà e non più la Liberazione un po’ ci credi, come credi alle tasse che scendono. È così che Berlusconi ha rubato le parole: “Forza Italia” ai tifosi e l’amore agli innamorati. Ci facciamo fregare le parole e il loro significato, che è il nostro, perché siamo stanchi e distratti. Ieri, a Palermo, hanno rubato anche le parole per Giovanni Falcone. Hanno spogliato l’albero che era diventato il simbolo del sacrificio del magistrato e della sua scorta, portando via centinaia di messaggi. Comprese le parole scritte su un lenzuolo bianco: «Le vostre idee camminano sulle nostre gambe». I furti si moltiplicano: a Salerno, il presidente della provincia Cirielli (ex di Fini ora con Berlusconi: abituiamoci) fa sparire con destrezza i partigiani e la Resistenza. La stessa cosa che qui in Emilia, dove siamo venuti per fare il giornale tra la gente, tenta di fare la Lega. Me lo spiega un ragazzo nemmeno ventenne che incontro al campo di Fossoli: «Vogliono cancellare il ricordo dei partigiani: bisogna che lo teniamo vivo noi perché i vecchi che hanno combattuto la guerra di Liberazione sono quasi tutti morti». Bisogna che prendiamo le parole e le mettiamo al sicuro. Come ha fatto quel ragazzo che indossava una maglietta con scritto “Partigiano Sempre”. A Fossoli le parole risuonavano libere tra le baracche dei prigionieri. “25 Aprile, festa della Liberazione”, era scritto su un albero dai molti rami che mi ha fatto pensare al papà dei fratelli Cervi, Alcide, che Berlusconi voleva ringraziare di persona, ignorando che fosse morto. «Ma tu lo sai chi sono i fratelli Cervi?», faccio al ragazzo. “Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando…”. Ho sorriso. Quando parliamo dei leghisti “sul territorio”, ricordiamoci che sul territorio ci sono anche questi ragazzi qui, quelli che mettono in salvo le parole. In piazza a Carpi, c’era un manifesto della Lega con scritto «Nel 65° annivesario della Liberazione dal Nazifascismo…». Qualcuno, con un pennarello, aveva corretto gli errori, aggiungendo le consonanti mancanti. E qualcun altro, con una biro: «Vi meritate il Trota!». Ho pensato: le parole si ribellano all’usurpatore. Le parole, qui a Carpi, fanno resistenza. Ripartiamo da qui.
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