venerdì 21 agosto 2009

Per una grande BEAT

Un breve ricordo di Fernanda Pivano festeggiata da don Gallo e Vasco Rossi durante un incontro a Santa Margherita Ligure il 25 luglio 2006 nell'ambito della rassegna Tigulliana.

Le versioni non collimano, ovviamente....

di Roberto Cotroneo

Ora dobbiamo aspettare l'inchiesta del Viminale? Perché alcune cose non collimano? Cosa non collima? La versione di quei poveretti che hanno vagato tra Libia e Italia, e che sono stati soccorsi dopo giorni e giorni di indifferenza, ridotti a scheletri? Donne. Bambini, Uomini. Cosa non collima? Erano rimasti in cinque, soltanto cinque. Gli altri sono morti e sono stati buttati a mare. E i pescherecci che non si fermano, perché certo, se poi fai passare l'idea che questi sono clandestini cattivi, e non povera gente in cerca di un asilo, li pescatori in mare non ti soccorrono, anche se non hai acqua, anche se non hai cibo, anche in presenza di bambini, di vecchi, di persone deboli. No che non ti soccorrono. E tu vaghi. E i tuoi compagni di viaggio muoiono, e nessuno ti aiuta. I cinque migranti non sono in pericolo di vita, ma in precarie condizioni fisiche sì: "I loro corpi", dicono gli operatori umanitari che li hanno attesi sul molo: "sono ridotti a uno scheletro. La donna sembrava un fantasma gli occhi persi nel vuoto. Ricordava Fatima, la ragazza somala che raccogliemmo da un barcone convinti che ormai fosse morta".Questa è la vergogna. E la colpa è di un clima, di un cinismo, e dell'assenza di umanità, solidarietà e soprattutto civiltà. Le organizzazioni umanitarie, l'Onu, Save the Children, dicono: "È inaccettabile l'indifferenza crescente nei confronti dei migranti, anche in situazione di evidente gravità. Oltre 20 giorni in mare senza che nessuna imbarcazione abbia dato soccorso è un triste primato che preoccupa enormemente. Come se fosse passato il messaggio che chi arriva via mare sia una sorta di vuoto a perdere. Se pensiamo che la striscia di mare tra Lampedusa e la Libia è totalmente vigilata, ci chiediamo come sia possibile che un gommone di 12 metri possa stare lì per tanto tempo senza che nessuno se ne sia reso conto. Vuol dire che è stato abbandonato al suo destino".Quante persone sono morte in i questi 12 giorni? Quante buttate in mare? Quante si sarebbero salvate con un comportamento più civile e umanitario? Il Viminale sostiene che la versione dei sopravvissuti è contrastante. Dopo 12 giorni in mare, alla deriva, chiunque darebbe versioni contrastanti. I morti, il terrore, la paura e l'abbandono rimangono. Il resto è solo indifferenza. Ed è necessario che su questo il Governo, il ministro dell'Interno Roberto Maroni, riferisca in Parlamento.

domenica 16 agosto 2009

"Da ex operaio dico: quelli della Innse hanno fatto bene." Intervista ad Attilio Camozzi

di Laura Matteucci

Essere a posto con la mia coscienza era importante. È stato determinante nella decisione di acquistare l’azienda, è chiaro, e di farlo in fretta. Vedere gente anche di una certa età, col caldo che fa a Milano, stare giorni interi su un carroponte, è stato un fatto molto pietoso. Se c’avessi pensato ancora un po’, e qualcuno fosse scivolato da lassù, poi come avrei potuto perdonarmelo? Abbiamo fatto una proposta secca, ben definita. È andata». È andata bene. Attilio Camozzi, bergamasco di nascita (a Villongo nel 1937), bresciano d’adozione, tornitore fino ai 29 anni ed ex sindacalista della Fiom, oggi a capo dell’omonimo gruppo internazionale da oltre 300 milioni di fatturato, è l’uomo che ha rilevato per oltre 3 milioni la Innse di Milano con tutti i suoi 49 operai e i loro quattordici mesi di lotta, che intende investire parecchio altro denaro per rilanciarla e svilupparla, con il cuore a pneumatici, macchine utensili e tessile (quello che producono le altre sue aziende) e un occhio all’energia eolica. Un vero imprenditore, non per niente dal 2005 Cavaliere del Lavoro.

Allora hanno fatto bene gli operai a lottare in modo così tenace per difendere il loro posto di lavoro?

«Ma quella non era una lotta per il posto di lavoro. Era per mantenere in vita la Innse, perchè continuasse a produrre, e per farlo bisognava impedire che le macchine uscissero dai capannoni. Hanno salvaguardato l’azienda, e che rischiassero la vita per questo non era giusto. Ho molto rispetto per loro. L’emotività è stata una parte molto importante nella decisione. È chiaro che adesso la partita non posso giocarla da solo, dobbiamo farlo tutti insieme».

Insieme con i lavoratori?

«Con loro, certo. La nostra filosofia è creare, mettere a punto progetti congiunti. Il mondo è cambiato, non c’è più come una volta il padrone da una parte e i lavoratori dall’altra: per tutti, il padrone oggi è il mercato. E se il lavoro manca, manca per tutti, imprenditore ed operai».

A proposito, voi non risentite della crisi?

«Sì, anche noi abbiamo delle difficoltà, il momento è brutto. Ma bisogna saper vedere il bicchiere mezzo pieno, e andare avanti».

Com’è che da tornitori si diventa presidenti di un gruppo industriale?

«A Lumezzane (Brescia, ndr) dove vivevo io c’erano 20mila abitanti e 2mila aziende. Come dire, lo spirito dell’artigiano non mancava. Come tornitore ero bravo, ho cominciato a lavorare per conto terzi, nel 1964 mi sono messo in proprio. Siamo andati avanti. Sia chiaro: in 44 anni non abbiamo mai visto un dividendo».

Sta dicendo che non avete mai distribuito dividendi, ma reinvestito tutti gli utili in azienda?

«Esatto. Abbiamo mangiato, pranzo e cena, questo sì. Ma tutto il resto va alle aziende».

È cosciente di essere un esemplare raro di una razza quasi estinta, quella dell’imprenditore puro, che nulla ha a che fare con lo speculatore?

«Ma no, guardi che di bravi imprenditori in Italia ce ne sono tanti. Poi, questi speculatori...bisogna vedere i conti finali dove vanno a finire. Il segreto è quello che le dicevo prima: bisogna essere una realtà produttiva insieme con gli operai. Le persone, per poter crescere, vanno coinvolte. Noi a Brescia nella nostra azienda abbiamo una scuola di formazione per i giovani apprendisti che entrano, che dura anni. Si vince solo se c’è una squadra forte, ed è forte se è coesa. Anche la nostra famiglia, undici persone, è unita, siamo sempre tutti d’accordo, e questo è la base: dà coraggio, dà la forza di fare e di rischiare».

Una numerosa famiglia unita: anche questa è una rarità, non trova?

«Spesso le colpe dei padri ricadono sui figli. La preparazione delle nuove generazioni è importante. Da vecchi si diventa conservatori, è inevitabile. Bisogna saper fare il passaggio generazionale al momento giusto».


Attilio Camozzi l’ha fatto in tempo: l’amministratore delegato del gruppo, chi lo manda avanti dal punto di vista operativo, è suo figlio Ludovico. Ma la «testa», la guida e tutta l’esperienza sono ancora le sue.
14 agosto 2009

domenica 9 agosto 2009

La democrazia degli interessi privati uccide la democrazia

di Frei Betto

Questa è una storia brasiliana, ma tutto il mondo è paese quando c’è di mezzo la corruzione, soprattutto se il potere politico corrompe per interessi personali.
La scoperta che il senato brasiliano è un antro dove trionfano nepotismo, corruzione, raccomandazioni ed un potere che impone piccoli e grandi meschinità – malgrado esistano senatori e funzionari per bene -; questa scoperta pone un problema più profondo: sta esaurendosi un’era politica nella quale le istituzioni si mantenevano al di sopra di ogni sospetto.
Ma ormai l’immunità parlamentare è diventata sorella gemella dell’impunità, cittadini diversi dagli altri, persone che non rispettano né regole morali, né leggi. Essendo l’attuale sistema democratico basato sulla delega da parte dei cittadini al candidato eletto, alcuni di questi eletti sprovvisti di valori morali si avvolgono nel labirinto dei poteri pubblici per cercare, nel nome del popolo, il proprio tornaconto mettendo mano a leggi ambigue dove nascondono provvedimenti che ingrassano il loro egoismo.
Leggi omnibus che nei labirinti di tornaconti personali sostengono interessi così privati da lasciare sgomenti. Nella società capitalistica esistono relazioni disuguali di potere. Nei parlamenti eletti da piccole borghesie voraci, si legifera nell’obbedienza di interessi particolari, soprattutto quando si parla di salari, ammortizzatori sociali, trasporti pubblici, sanità. "Niente è più pericoloso degli interessi privati nell’amministrazione pubblica”, lo scriveva Jean Jacques Rousseau duecentocinquanta anni fa ne “Il contratto sociale” che ispirerà la rivoluzione francese. Il tempo non si è fermato: ha solo trapiantato nei nostri giorni egoismi e privilegi.
Chi viene eletto senatore o deputato esercita spesso un esercizio di vanità lontano da ogni impegno di servizio al servizio della gente. Le elezioni possono diventare una specie di lotteria. Chi vince si trincea in una sfera blindata avvolta nell’autorità che il ruolo attribuisce.
Blindatura che preserva i privilegiati dai normali controlli consueti alla democrazia trasparente. Mai un castigo, solo fanfare ed elogi per virtù tante volte inesistenti. Solo i pari del senatore infedele sono chiamati a giudicare l’infedeltà e ad emettere un verdetto.
Si tratta di protagonisti marchiati dagli stessi vizi, quindi decisi a tenerli nascosti con la compiacenza della convivenza. Il tramonto della democrazia liberale dipende dall’appannarsi del controllo sociale che vigila sul potere pubblico.
Ma gli abusi possono venire alla luce attraverso altre strade: inchieste di un’informazione libera e indipendente, denunce di sindacati e associazioni come le Ong. Ricerche che pretendono chiarezza nei conti pubblici. Comincia la strategia del controllo dell’informazione da parte dei vati poteri. Si apre un nuovo capitolo della democrazia, il capitolo dell’autorità che non desidera essere controllata da chi dialoga con la gente fuori dagli spazi istituzionali. Non è gradita la curiosità di cittadini informati che mettono il naso nelle macchine dello stato. Curiosità asfissiata da complicità e minacce velate o esplicite da parte di uomini di fiducia dei potenti insediati nei nodi strategici dell’organizzazione pubblica.
Diversa la prospettiva nella democrazie partecipate. Chi governa nel nome dei cittadini è un politico che ha l’obbligo di spiegare in modo chiaro cosa sta facendo e la ragione di certe decisioni. Governa non solo nel nome del popolo, ma per il popolo e assieme al popolo. Attraverso i meccanismi di controllo esercitati da poteri indipendenti fra loro, chiamati a vigilare e decidere, è possibile penetrare meandri sconosciuti e portare alla luce corruzioni delle quali fino al momento della rivelazione dei misfatti nessuno si era vergognato. Insomma, la democrazia partecipata dà la possibilità di tutelare i soldi del contribuente.
Ma dove il potere politico influenza ed imbriglia la democrazia dei controlli, di quale democrazia parliamo? Tutti sappiamo che il re è nudo, ma per non farlo sapere ecco le mani sui media e la sottomissione di partiti e protagonisti populisti, e la corruzione nelle reti di consenso ispirata agli interessi delle corporazioni: lobbies economiche, familiari o funzionari di partito privilegiati, quindi fedeli nel silenzio per proteggere i benefattori.
E’ in questo mondo che si sta rifondando lo stato moderno. Nei Carabi, in America Latina, dopo la primavera delle democrazie che condannavano la violenza e i colpi di stato, torna la politica dei golpe e delle restaurazioni. Si riaffacciano vecchie oligarchie che suscitavano e suscitano l’ orrore dei politici normali impegnati a risolvere i problemi della gente normale. Nel periodo di transizione della democrazia liberale verso la democrazia partecipata, si mescolano luci e ombre. Insolite alleanze elettorali tra conservatori e progressisti. I tornaconti elettorali dimenticano i valori etici. L’uso delle risorse pubbliche si nasconde nelle carte di credito mentre diventano sempre meno chiari i destini degli accumuli pensionistici, sacrifici di vite di lavoro. (NdR – il liberismo anni Ottanta ha cancellato in America Latina pensioni e assistenza sociale di stato. I fondi pensione sono accumulazioni volontarie che crisi e speculazioni stanno divorando ). Come in Europa e in ogni altra parte, le grandi imprese finanziano le campagne elettorali di politici mandati in parlamento per difendere gli interessi di chi ha pagato “il salario del disonore”.
Per dare forza alla democrazia e a un corretto sistema economico, sociale, familiare; per non fare distinzioni fra origini etniche diverse; per riaffermare piena tolleranza sessuale e religiosa, è necessario dare irrobustire l’istruzione per tutti, obbligo di ogni governo e di ogni stato. Altrimenti la democrazia partecipata resta un sogno in Brasile e in ogni altro posto delle Americhe e d’Europa.

domenica 2 agosto 2009

LA MALATTIA DEL POTERE

di Frei Betto

” Il potere è afrodisiaco ? ” ha chiesto una volta il giornalista Ricardo Gontijo al generale Heisel quando occupava la presidenza della repubblica del Brasile. La macchina del generale è partita prima che il giornalista sentisse la risposta. La definizione di Lord Acrton è stata più incisiva: ” ogni potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente “.
E’ ingiusto attribuire la corruzione a tutti coloro che dispongono di una piccola parte di potere, però non vi è dubbio che il potere trasforma, qualunque ne sia l’importanza: sindaci, capi, gerenti, direttori, dirigenti sindacali, deputati, vescovi. San Paolo direbbe che eccita la concupiscenza. Perché le persone si affezionano ai piaceri e alla vita facile offerte a chi occupa la posizione preminente.
Per molte persone il potere è l’ambizione suprema. E’ la maniera perversa di paragonarsi a Dio. Basta osservare i politici che raccolgono somme milionarie nelle campagne elettorali, e , se sconfitti, vogliono restare sulla scena come se la forza del potere si dovesse misurare sull’ammontare delle fortune dilapidate. Lontani dal potere, alcuni uomini si sentono terribilmente umiliati, espulsi dall’olimpo degli dei. Fuori dal potere sono depressi, e, passata la risacca, tornano a rincorrere il potere con artigli più affilati e meno scrupoli.
Malgrado le buone intenzioni la loro vita si trasforma in un tumulto di azioni. Programmano con furbizia dover mettere i piedi. Non valgono le intenzioni ripetute di chi giura che ” il futuro non somiglierà al passato “. Invece ne è sempre la ripetizione salvo onorevoli eccezioni come Francesco d’ Assisi, Gandhi e Che Guevara che hanno osato sottomettere il modo di vivere al loro modo di pensare non volendo abiurare a principi e ideali. Di solito succede il contrario. Chi occupa il potere a poco a poco modifica il modo di vivere. Perché il potere fa girare la ruota della fortuna ecambia la vita delle persone, ne trasforma la posizione sociale e culturale. Queste persone si circondano di adulatori, accolgono inviti lusinghieri, regali; dispongono di consiglieri, soprattutto di infrastrutture, uffici, segretarie, filtri che li avvolgono in un’aura speciale. Sostituiscono guardaroba, casa, amici, mogli o mariti.
Agli occhi dei comuni mortali, questi signori detengono la chiave di una piena felicità. Hanno il potere di approvare progetti, concedere finanziamenti, autorizzare grandi opere, permettere viaggi, distribuire incarichi, promuovere i fedeli, concedere licenze trasformando ogni gesto in avvenimenti politici. Com’è difficile per chi ha assaggiato il potere tornare ad essere la persona che era prima. Perché il potere riduce la distanza tra il desiderabile e il possibile. Quanto maggiore è il potere, minore è questa distanza. Un governatore o un ministro, possono, nello stesso giorno, grazie alla funzione che occupano – sempre scaricando il costo sul contribuente – fare colazione a Roma, pranzare a Parigi e dormire a Rio de Janeiro nella convinzione che le sue parole e le sue intemperanze condizionino il cammino della storia.
Chi si aggrappa al potere ogni mattina si guarda nello specchio della strega di Biancaneve e non sopporta le critiche che ne ingrigiscono l’ autoimmagine mettendone a nudo le contraddizioni davanti agli occhi di tutti. Ecco perché si isola, perché si chiude in un circolo ermetico al quale ha accesso solo chi obbedisce ai suoi ordini e approva con un amen ogni sua idea; oppure, portatore di critiche, si trasforma in connivente: ognuno coltiva ambizioni e non desidera essere sostituito da altri untori del potere.
Nasce una complicità tattica con un solo timore: che la stampa libera sappia ciò che stanno facendo. Eppure non resistono nel comportarsi come se camerieri, agenti di sicurezza e impiegati non avessero occhi, orecchie, bocche che raccontano, amici che ascoltano. Tutto si aggrava quando il potere istituzionale si lega al potere marginale, e deputati, senatori, governanti e ministri, si appoggiano a spie, trafficanti, maneggioni corrotti ma fedeli all’adagio ” chi dà, riceve “. E le parole cambiano: il potere imputridisce.
09-06-2009

Frei Betto è una delle voci libere della Teologia della Liberazione. Frate domenicano, giovanissimo, è stato imprigionato e torturato dalla dittatura militare brasiliana. L'impegno umano, inevitabilmente politico, verso i milioni di diseredati che circondano le città e vivono nelle campagne del suo paese, lo ha reso pericoloso agli occhi dei generali che governavano il Brasile. Ha scritto 53 libri. La sua prosa diretta e affascinante analizza l'economia e la politica, la vita della gente con una razionalità considerata " sovversiva " dai governi forti dell'America Latina, e non solo. Non se ne preoccupa. L'ammirazione dei giovani di ogni continente lo compensa dalla diffidenza dei potenti. Venticinque anni fa ha incontrato e intervistato Fidel Castro, libro che ha fatto il giro del mondo. Lula, presidente del Brasile, lo ha voluto consigliere del programma Fame Zero. Frei Betto è oggi consigliere di varie comunità ecclesiastiche di base e del movimento Sem Terra. Ha vinto vari premi. L'Unione degli Scrittori Brasiliani lo ha nominato Intellettuale dell'anno. Il suo libro " Battesimo di Sangue ", tradotto in Italia, è diventato un film.

sabato 1 agosto 2009

Perché Pecorella infanga don Peppe Diana?

di ROBERTO SAVIANO

MI è capitato nella vita di fare pochissimi giuramenti a me stesso. Uno di questi, che non riuscirei a tradire se non vergognandomi profondamente, è difendere la memoria di chi nella mia terra è morto per combattere i clan. Ho giurato a me stesso sulla tomba di Don Peppe Diana il giorno in cui alcuni cronisti locali, alcuni politici e diversa parte di quella che qualcuno chiama opinione pubblica iniziarono un lento e subdolo tentativo di delegittimarlo.

Il venticello classico di certe parti d'Italia che calunnia ogni cosa che la smaschera; il tentativo di salvare se stessi dalla scottante domanda "perché io non ho mai detto o fatto niente?". Ho letto in questi giorni sulla rivista Antimafia Duemila che due ragazzi, Dario Parazzoli e Alessandro Didoni, hanno chiesto durante una trasmissione Tv a Gaetano Pecorella come mai, quando era presidente della commissione giustizia, difendeva al contempo il boss casalese egemone in Spagna Nunzio De Falco, poi condannato come mandante dell'omicidio di Don Peppe Diana. Mi ha colpito e ferito sentire alcune dichiarazioni dell'Onorevole Pecorella in merito all'assassinio di Don Peppe Diana. In una intervista al giornalista Nello Trocchia per il sito Articolo 21, Pecorella dichiara: "Io dico che tra i moventi indicati, agli atti del processo, ce ne sono tra i più diversi. Nel processo qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia, altri hanno riferito che sarebbe stato ucciso perché si volevano deviare le indagini che erano in corso su un altro gruppo criminale. E altri hanno riferito anche il fatto che conservasse le armi del clan. Nessuno ha mai detto perché è avvenuto questo omicidio, visto che non c'erano precedenti per ricostruire i fatti. Se uno conosce le carte del processo, conosce che ci sono indicate da diverse fonti, diversi moventi".

Proprio leggendo le carte si evince chiaramente che non è così, Onorevole Pecorella. Perché dice questo? È vero esattamente il contrario. Dalle carte del processo emerge invece che è tutto chiaro. E pure la sentenza della Corte di Cassazione del 4 marzo 2004 conferma che Don Peppe è stato ucciso per il suo impegno antimafia e per nessun'altra ragione. Che De Falco (di cui lei, Onorevole, ha assunto la difesa) ha ordinato l'uccisione di Don Peppe per dimostrare, uccidendo un nemico in tonaca, un nemico senza armi, che il suo gruppo era più forte e coraggioso di quello di Sandokan. E anche per deviare la pressione dello Stato proprio sul clan Schiavone. Quelli che lei definisce più volte "moventi indicati" furono, come dimostrano le sentenze, delle calunnie che alcuni camorristi portarono per lungo tempo in sede processuale per discolparsi. Calunnie nate dal fatto che persino loro cercavano di lavarsi le mani, in buona o cattiva fede, del sangue innocente che avevano versato. Ne avevano vergogna. Questo è quel che dicono gli iter conclusi della giustizia italiana. Ed è per questo che la risposta che l'Onorevole Pecorella ha dato appena qualche giorno fa alla domanda se Don Diana, a suo avviso, non fosse stato ucciso per il suo impegno contro i clan lascia basiti.


L'onorevole dice: "Io non ho avvisi. Io riporto quello che è emerso nel processo e nulla più. Ci sono diversi moventi, c'è anche quello, che all'inizio non era emerso, che faceva attività anticamorra. Per la verità nel processo non è venuto fuori molto chiaro neanche questo come movente. È inutile che costruiamo delle fantasie sulle ipotesi. Quella dell'impegno anticamorra è tra le ipotesi. Ma nel processo non è emerso in modo clamoroso, non è mai venuta fuori un'attività di trascinamento, di gente in piazza. Non è che c'erano state manifestazioni pubbliche, documenti. Qualcuno ha detto anche questa ragione. Come vede ci sono tanti moventi. Certamente è stato ucciso dalla camorra. Chi viene ucciso dalla camorra è una vittima della camorra. Ora se è un martire bisogna capirlo dal movente che non è stato chiarito".

È stato chiarito. Lo Stato Italiano considera Don Peppe un martire della battaglia antimafia, migliaia di persone hanno sfilato in sua difesa. E i documenti che non ci sarebbero, ci sono eccome. Hanno non solo un nome, ma anche un titolo: "Per amore del mio popolo non tacerò". È il documento stilato da Don Peppe insieme ad altri preti della forania di Casal di Principe in cui viene annunciata una battaglia pacifica, ma priva di compromessi alle logiche dei clan, al loro predominio, alla loro mentalità, alla loro cultura, alla loro falsa aderenza alla fede cristiana. Persino Papa Giovanni Paolo II, dopo la morte di Don Peppino Diana, pronunciò nell'Angelus: "Voglia il signore far sì che il sacrificio di questo suo ministro [...] produca frutti [..]di solidarietà e di pace". Per Giovanni Paolo non ci furono dubbi, fu un martire. Per Lei, Onorevole Pecorella, invece ce ne sono. Perché, mi chiedo?

Le chiedo inoltre se considera legittimo rivestire il ruolo di Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento Italiano e portare avanti la difesa del boss Nunzio De Falco? Lei immagino mi risponderà di sì, che anche il peggiore dei presunti criminali, ne ha il diritto. Ma questo principio di garanzia vale soltanto fino al verdetto finale. Tale verdetto di colpevolezza del suo mandante è stato emesso e confermato. Quindi la prego di non diffondere falsi dubbi sulla condanna a morte di Don Diana. Chi ha ucciso Don Peppe Diana è uno dei clan più potenti e feroci d'Italia che ha ancora due latitanti, Iovine e Zagaria, liberi di investire, costruire, e portare avanti i loro affari.

Oggi, Onorevole Pecorella, lei è presidente della commissione d'inchiesta sui rifiuti, e i Casalesi, come saprà, sono i maggiori affaristi nel traffico di rifiuti tossici e legali. Loro quindi dovrebbero essere i suoi maggiori nemici anche se in passato ha difeso in sedi processuali i loro capi. La prego di avere rispetto per Don Peppe e non dare nuovamente credito a calunnie che negli anni passati killer e mandanti hanno cercato di riversare su una loro vittima innocente. Questa mia domanda non è questione di destra o di sinistra. La legalità è la premessa del dibattito politico, o almeno dovrebbe esserlo. La premessa e non il risultato. Quando iniziai a trascrivere delle parole che Don Peppe aveva detto nel Casertano ho ricevuto lettere commosse da molti lettori conservatori, da cattolici di Comunione e Liberazione sino ai ragazzi della Comunità di Sant'Egidio, dalla comunità ebraica romana e da tante altre.

La battaglia alle organizzazioni criminali, l'ho vista fare da persone di ogni estrazione politica e sociale. Ho visto, quando ero bambino, manifestazioni nei paesi assediati dalla camorra in cui sfilavano insieme militanti missini, democristiani, comunisti e repubblicani. L'onestà non ha colore, spesso così come non ne ha l'illegalità. Per questo, il mio non è un appello che possa essere ascritto a una parte politica. Non permetterò mai a nessuno, e come dicevo me lo sono giurato, che la memoria di Don Peppe sia oltraggiata da accuse false, demolite dai Tribunali, che ebbero il solo scopo di screditare le sue parole, emettendo nel silenzio il ronzio malefico "quello che dice non è vero". Questo non lo permetterò. Lei mi dirà che questa mia è una battaglia troppo personale. Io le ribadirei che, sì, lo è, è vero. Tutto ciò che riguarda la mia terra, ormai riguarda la mia vita stessa e quindi non può che essere personale. Difendere la memoria di Don Peppe Diana è una questione personale anche per un'altra ragione: è una questione di onore. Onore è una parola che spesso hanno abusivamente monopolizzato le cosche facendola diventare sinonimo del loro codice mafioso. Ma è il tempo di sottrarla alle loro grammatiche. Onore è il sentire violata la propria dignità umana dinanzi a un'ingiustizia grave, è il seguire dei comportamenti indipendentemente dai vantaggi e dagli svantaggi, è agire per difendere ciò che merita di essere difeso. E io l'onore, l'ho imparato qui a Sud. Per meglio spiegarmi, mi sovvengono le parole di Faulkner: "Tu non puoi capirlo dovresti esserci nato. In realtà essere del Sud è una cosa complessa. Comporta un'eredità di grandezza e di miseria, di conflitti interiori e di fatalità, è un privilegio e una maledizione. Vi è il senso aristocratico dell'onore e dell'orgoglio". Mi piacerebbe poter mettere una parola definitiva su questo. Su quanto accaduto a don Peppe. Permettere di farlo riposare in pace. Riposare in pace significa non chiamarlo in causa laddove non può difendersi. A volte, come accade a molti miei compaesani per cui conserva il suo valore, mi viene di rivolgermi a lui. Don Peppe se è vero che tu hai visto la fine della guerra, perché, come dice Platone, solo i morti hanno visto la fine della guerra, sta a noi vivi il compito di continuare a combatterla. E non ci daremo pace.

(Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency)